Titolo: Novak Djokovic e l’alchimia del numero 7

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 Il torneo degli Australian Open è alle porte e mai come in questo inizio di stagione si presenta difficile azzardare un pronostico sul possibile vincitore. Chi sarà ad alzare la coppa a Melbourne Park? Il numero uno del mondo Andy Murray, il cui sogno di completare il Grande Slam lo attanaglia da sempre, il plurivincitore Novak Djokovic, che dopo un periodo negativo sembra tornato ancora più magro e famelico di prima, un outsider tra il sempre temibile e mai prevedibile Stan Wawrinka o l’ambizioso Milos Raonic, a caccia di titoli importanti e desideroso anche lui di entrare nella storia di questo sport, oppure assisteremo ad una sorta di miracolo tennistico targato Federer/Nadal? Orbene, tutti noi sappiamo quanto gli sportivi siano scaramantici e spesso ossessivi nell’osservare rituali propriziatori, Rafa Nadal ne sa qualcosa, ma qui c’è un numero importante che incombe (forse, chi lo sa) come una premonizione, ovvero il sette. Il numero sette spesso ha permesso a molti tennisti, uomini e donne, di coronare record e leggende. 7 sono i titoli conquistati da Samparas e Federer a Wimbledon, 7 le volte che Chris Evert è stata regina di Parigi, 7 le coppe accumulate dal mitico Bill Tilden a New York, 7 le occasioni in cui Steffi Graf ha sollevato il meraviglioso Venus Rosewater Dish e col quale, sempre a Wimbledon, Serena Williams ha eguagliato proprio i 22 slam vinti della campionessa tedesca, ora felice moglie di Andre Agassi. Insomma, sembrerebbe che questo numero sia di vitale importanza per far parte di una ristretta cerchia di Dei dell’olimpo tennistico, che sembrerebbero aspettare proprio Novak Djokovic. Difatti il campione di Belgrado, se dovesse centrare il settimo sigillo in terra australiana, compirebbe un’impresa (l’ennesima) che nessuno mai prima di lui ha raggiunto. Si sa, la terra d’Australia è sempre piaciuta al caro Nole; lì ha conquistato il suo primo slam nel 2008 e sempre lì, nel 2011, è cominciato il lungo cammino che lo ha portato, nel corso di 5 anni, a compiere il Career Grand Slam. Da Melbourne è sempre ripartito con nuovi stimoli e nuove motivazioni, vuoi per la bellezza e l’accoglienza dell’impianto che dispone di ben tre campi coperti dal tetto, vuoi per il clima, vuoi per la festosità del pubblico, vuoi perché l’Australia è sempre stata terra di conquista e di sogni un po’ per tutti. Djokovic viene da un periodo difficile; tante le energie spese per coronare il suo sogno di vincere il Roland Garros, tanta la delusione per la prematura uscita dalle Olimpiadi, immensa l’amarezza per non essere amato e considerato dal grande pubblico alla stessa stregua dei suoi rivali Federer e Nadal. Lui, l’amarezza, la maschera bene, ma tutti sanno che in realtà è un cruccio pesante da sopportare. Complici anche alcuni problemi personali, il Nole di fine 2016 sembrava essere davvero svuotato, ma se c’è una cosa che il fuoriclasse serbo sa fare è ricominciare, rialzarsi e ritornare a combattere, un po’ come la sua terra natia gli ha storicamente insegnato e in questo Novak è serbo per davvero, croce e delizia del suo essere uomo, oltre che tennista. Il numero sette rappresenta il perfezionamento della natura umana, è la mediazione perfetta tra umano e divino e potrebbe rappresentare per lui davvero la possibilità di riscatto da una seconda parte di 2016 al di sotto delle aspettative. Sia chiaro, Nole non deve dimostrare più nulla a nessuno, è un campione a 360 gradi, ha vinto su tutte le superfici e ha saputo migliorare e perfezionare i piccoli difetti del suo tennis d’esordio. Non tutti sono dotati di un talento cristallino innato, talvolta il talento è grezzo e va costruito, affinato e sigillato con la determinazione e l’impegno, ma ciò non è meno lodevole di chi lo possiede per natura, anche perché quest’ultima talvolta è distratta e lo concede a chi magari non lo sa usare come dovrebbe; il nome Marat Safin dice niente a proposito? Insomma, il numero sette potrebbe davvero cancellare le delusioni e le aspettative mancate del passato semestre tennistico, potrebbe essere davvero la porta d’ingresso per un nuovo record e un nuovo traguardo da raggiungere, potrebbe rappresentare un altro passo verso l’immortalità sportiva al grido di “nessuno come lui”, ma anche un più semplice momento di gioia per Djokovic e i suoi tifosi. Qualcuno potrebbe storcere il naso se ciò avvenisse, potrebbe ritenere che non è giusto, che altri meritano, o che il ripristino del passato “One Man Show Djokoviano” sia quanto di più monotono possa verificarsi, ma in realtà non siamo noi a decidere, è lo sport a farlo e soprattutto la determinazione che un professionista pone nel svolgere il suo compito, ossia quello di giocare per vincere e Novak, quando sta bene ed è motivato, quando capisce di poterci riuscire, quando si rende conto che il suo avversario non è affamato come lui, sa farlo molto bene. La finale di Doha insegna e allo sport i record piacciono e molto. Allora, nella speranza che lo slam australiano sia foriero di belle partite e metta gli spettatori nelle condizioni di non pentirsi di aver pagato il prezzo del biglietto Nole, per diventare immortale una volta per tutte (lo dice la cabala non la storia da scrivere), deve centrare la settima vittoria in finale a Melbourne e per farlo gli occorrerrano molti fattori: prima di tutto un’ottima condizione fisica e mentale, poi una concreta voglia di vincere, terzo una buna dose di scaramanzia che potrà essere rappresentata da una piccola piramide da porre dentro la borsa delle racchette, simbolo supremo del famoso sette che lo condurrebbe dritto dritto tra gli Dei dell’Olimpo del Tennis. Nel

 

frattempo attendiamo fiduciosi i sorteggi e comunque vada, per alcuni, non sarà mai abbastanza sia che vinca, sia che malauguratamente perda.

Giuliana Cau

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