Quando Andy Murray conviveva con una “maledizione”…

Square

“Sono molto felice di aver vinto, perdere anche oggi dopo essere stato avanti due set a zero sarebbe stata molto dura. È stato difficile persino da credere, ho perso molte finali e iniziavo a chiedermi se mai avessi potuto vincere”

Sono le parole di Andy Murray dopo aver conquistato gli US Open nel 2012, suo primo titolo dello Slam in carriera.

Seguiranno i due successi a Wimbledon, nel 2013 e 2016, ma prima di quella vittoria a New York su Andy c’era una sorta di maledizione.

“Non vincerà mai tornei importanti”, “è un eterno incompiuto”, “sa solo lamentarsi in campo”…

Erano solo alcune delle poco gradite considerazioni con cui i tifosi amavano etichettare Andy, perché prima di quel benedetto titolo le delusioni nei tornei Slam erano state tante: quattro finali perse tra New York, Wimbledon e Melbourne contro Roger Federer (tre volte) e Novak Djokovic.

Il vorrei ma non posso, uno dei tanti giocatori incompiuti con grandi doti tecniche ma poca stabilità mentale. Finirà nel dimenticatoio…

Invece Andy ha imparato ad avere pazienza, facendosi scivolare le critiche, e il tempo si è divertito a regalargli grandi soddisfazioni. La più grande sicuramente il 7 luglio 2013, quando riportò il titolo di Wimbledon in terra britannica dopo 77 anni (l’ultimo uomo fu Fred Perry nel 1936).

Il brutto anatroccolo si è trasformato in uno splendido cigno, l’eterno incompiuto è diventato campione. E pazienza se tra i Fab Four è sicuramente il meno accreditato per successi e fama, la sua unica colpa è stata quella di trovarsi in un’epoca tennistica devastante, con Federer, Nadal e Djokovic assoluti dominatori. Ma la storia che ha trasmesso è riuscita ad insegnare un valore a qualsiasi sportivo: i risultati, con tempo e pazienza, arrivano.

Il suo ritorno in campo non è molto distante. In bocca al lupo Andy, il cigno non deve smettere di sognare…

Federico Granatiero

Facebook Comments