Novak Djokovic: la luce in fondo al tunnel

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Ieri, come tutti sappiamo, si è svolta la finale del Torneo di Doha. I protagonisti, nonché numero 1 e numero 2 del mondo, hanno dato vita a un match veramente entusiasmante durato, per la gioia di un pubblico molto partecipe e caloroso, all’incirca tre ore. Alla fine di una dura battaglia, e quasi contro ogni pronostico, ha vinto Novak Djokovic… e subito alcuni maligni hanno tentato di ridimensionarne il merito affermando che in fondo si trattava di un misero ATP 250 e che a contare veramente sono soltanto i tornei slam. Tale affermazione, personalmente, la trovo piuttosto sciocca. Se in campo, a giocarsi la finale, si trovano i due migliori giocatori del mondo, non ci trovo proprio niente di misero. Se poi ci si vuole riferire al tabellone, direi che a Doha, oltre a Djokovic e Murray, abbiano partecipato diversi giocatori di tutto rispetto, anche se molto molto lontani dalla top 10.

Continuino pure a parlare a vanvera, gli sciocchi… fossero persone meno fanatiche e più profonde capirebbero che per Nole questa vittoria conta tanto quanto uno slam. Perché sebbene lui continui ostinatamente a negare qualsiasi crisi, è stato evidentissimo a tutti che Novak Djokovic, negli ultimi 6 mesi, si era spento, perdendo tutto quello che aveva fatto di lui l’immenso campione che conoscevamo: la grinta, la rabbia, la cattiveria, la precisione, i colpi un tempo micidiali, persino la forza fisica… Solo la sua ombra, ormai, si aggirava per i campi. Testa china, sguardo spento, totale mancanza di reattività… tanto che guardarlo giocare faceva troppo male e spingeva a chiedersi “dove sei andato Nole?”. Lui rispondeva nicchiando, parlando di normale e leggero calo fisico… e quasi si arrabbiava se qualcuno usava il termine “crisi”. Perché a volte i grandi uomini si vergognano di mostrarsi fragili e vulnerabili, di avere anche loro demoni che possono prendere il sopravvento e gettarti in un tunnel fatto solo di oscurità, paura e sconforto. I grandi uomini, specie se cresciuti in mezzo alle bombe, devono essere sempre forti… non possono permettersi di vacillare! Come vorrei poter fare una carezza a questo ragazzone serbo e spiegargli che non è così… che lacrime, paura, debolezza e ammissione dei propri limiti non rendono meno uomini, mai! Comunque sia, Nole, nel suo intimo, sa che la crisi c’è stata eccome… e sicuramente la cosa gli ha fatto molto molto male. Ecco perché poter alzare quel falco al cielo, ieri, deve aver significato, per lui, molto più di quanto tutti noi possiamo immaginare. Non un semplice trofeo ma la luce in fondo a un maledetto tunnel che l’ha tenuto imprigionato per troppo tempo e le cui pareti si stanno finalmente sgretolando. La strada è indubbiamente ancora lunga, c’è ancora tanto lavoro da fare… ma io ho grande fiducia sia nell’uomo che nel campione: il falco tornerà a volare alto nel cielo sgombro di nuvole… e da lassù nonno Vladimir, che amava identificare il nipote prediletto col nobile volatile, tornerà a sorridere.

Irene Sampietro

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