Miami 2018: i tunnels

Square

Quante volte in tv o sui giornali abbiamo ascoltato o letto le stereotipate frasi “quel tennista è entrato nel tunnel” oppure “è appena felicemente uscito dal tunnel” o ancora “non riesce proprio ad uscire dal tunnel”. Il tutto per indicare un periodo buio di basso livello di gioco e di scarsi risultati che si sta profilando all’orizzonte o è appena terminato o infine, purtroppo per lui, si sta protraendo sempre più in maniera preoccupante.

E’ il momento più delicato per un atleta: si perdono certezze, svanisce la solita routine, nascono dubbi di non facile risoluzione, le domande ronzano nel cervello, ma di risposte rassicuranti manco a parlarne; si cerca la ribellione in tutti i modi e ci si incaponisce a trovare la benedetta uscita, si vaga disperatamente per trovare la svolta, una strada diversa che riporterà alla luce, ma il compito è arduo: avete mai incontrato un bivio sotto ad un tunnel ?

Colgo l’occasione del torneo di Key Biscayne, che per l’ultima volta si è disputato nel delizioso impianto di Cradon Park, per accingermi ad una analisi semiseria su chi come perché e da quando tra i nostri baldi eroi si trova di fronte a questa drammatica situazione e ha a che fare col malefico tunnel: tragica metafora di tutti i mali dello sport e della vita.

Parto dal Divin Maestro, Roger Federer, noblesse oblige. Il “suo” personale tunnel si era intravisto già durante la finale di Indian Wells contro Del Potro e la sua prematura eliminazione per mano del giovane australiano d’importazione Kokkinakis ne è stata la naturale appendice. Stanco e senza troppa voglia di impegnarsi, ha giocato per lo più dimesso e senza riuscire a offrire una sufficiente prestazione. Dopo aver per il rotto della cuffia vinto il primo set, si è distratto proprio per mancanza di fiducia e convinzione. Ha ceduto il servizio e con esso il set del pareggio grazie alla costanza alla battuta del suo valente, per una volta, avversario. Si è arrivati al tie break decisivo e Federer si è fermato a soli quattro miseri punti conquistati, l’inerzia dell’incontro era tutto dalla parte dell’aussie che ci ha creduto e ha portato a casa con pieno merito un prestigioso scalpo. Roger è stato vittima, a sorpresa, della regola Tommasi: ad un ottimo risultato, segue immediatamente uno meno buono, che vale per i giocatori di medio livello, ma a volte si applica anche agli Immortali, specie se sono a corto di energie…Ora, Federer, si infila felicemente e volontariamente per una decina di settimane in un tunnel programmato, predeterminato, svizzero oserei dire (probabilmente il San Gottardo), dal chilometraggio noto e dal tracciato per nulla accidentato, un tunnel dotato di tutti i comforts, saggiamente imboccato nonostante le poco acute dichiarazioni bellicose, a cui si era imprudentemente lanciato, circa un suo eventuale ritorno alle competizioni anche sulla terra rossa. Guai ai vinti ! Come disse qualcuno in altri ben più preoccupanti frangenti: la pugna sopra il mattone tritato non si addice ad un vecchio quasi trentasettenne il cui livello fisico-atletico si è dimostrato non all’altezza, per incisività e durata, a quello dell’anno scorso. Urge riposo, all’uscita dal tunnel prevista per giugno troverà una sterminata distesa di sacri prati privi di brulicati bovini od ovini che dir si voglia ed è certo che il sole tornerà a splendere, se il futuro gli sarà luminoso dipenderà in gran parte da lui.

Tutt’altra faccenda, ben più penosa, è ciò che mi accingo a descrivere: il tunnel di Novak Djokovic. Si è assistito probabilmente a quello che è stato il punto più basso, sconcertante, deprimente della sua parabola. Il match contro Paire fa male davvero a tutti i suoi estimatori, tra le cui fila decisamente mi pongo. Non si può nemmeno parlare di incontro giocato male: Nole non c’era, come non mai. Colpi scentrati, sguagliati, sbagliati innumerevoli volte quasi si trattasse di una vecchia gloria che con una certa tristezza si intestardisce a calcare ancora i campi, gambe pesanti come tronchi d’albero, testa assente che vagava chissà dove. Affranto, deluso, impotente e demotivato; il suo avversario di turno, quel Benoit Paire a cui non si associano con facilità le caratteristiche di lucidità e concretezza, ha fatto il minimo indispensabile per superare il fantasma che si trovava al di là dalla rete. L’avversario è ben poco importante in questo frangente: avrebbe perso contro chiunque, purtroppo. Djokovic si trova da quasi due anni a percorrere un tunnel infinito, buio e pauroso, quasi diventato un labirinto senza uscita, vaga disperatamente per i cunicoli alla ricerca del suo tennis ormai perduto. Me lo immagino solo e abbandonato, circondato da un silenzio assordante rotto solo da ululati demoniaci (i suoi incubi malcelati al grande pubblico) che gli fanno ghiacciare il sangue nelle vene, lo vedo depresso e piangente, abbandonato da tutti (l’ultimo in ordine di tempo lo stesso Agassi, con cui il rapporto di fiducia non era mai sbocciato) alla ricerca di risposte che non arrivano; stanco di correre alla cieca; penso che si abbandoni spossato in un angolo, seduto con le ginocchia piegate sul petto in attesa che qualcuno butti giù una parete e un fiotto di fioca e confortante luce sbuchi da qualche orifizio per rinfrancargli lo spirito, ma le parole dolorosamente sincere che ha avuto il coraggio di pronunciare in conferenza stampa non lasciano presagire nulla di buono: “non riesco a giocare meglio di così”, alla fine del tunnel c’è solo un muro di cemento ad attenderlo. Che sia la fine di un immenso campione ? L’esito dei prossimi otto mesi della stagione 2018, altri sette Masters 1000 e tre slam su tre superficie diverse, scriveranno la parola definitiva sul suo personale calvario. Non resta che attendere in ansia un responso che non vorremmo mai fosse già segnato.

Veniamo ad una situazione non meno cervellotica, ma di certo più leggera e cerchiamo di analizzare la psiche tormentata della premiata ditta Kyrgios & Dimitrov. Entrambi escono dal torneo col sorriso sulle labbra, come gli si addice, fieri di far passare gli anni tra sconfitte in serie che reputano indolori e sprecare così il loro indiscusso talento. Per la verità, il bulgaro ci ha anche provato a scuotersi dal suo torpore con i suoi due mirabolanti titoli del 2017, ma poi è tornato nella sua dorata mediocrità, mentre il greco-australiano stenta a sbocciare e chissà se mai accadrà il miracolo di vedergli alzare un trofeo di una qualche importanza. Sta di fatto che il pazzo Nick è stato eliminato dal suo compare di mille battaglie giovanili, Sascha Zverev e il bel Gregorio inopinatamente battuto da uno Chardy che ultimamente sprizza energie insospettabili da tutti i pori. La mia teoria su questi due elementi, affascinanti nel loro effimero modo di intraprendere la carriera agonistica, è che tentino eroicamente di percorrere strade di pianura prive di ostacoli, ma poi inevitabilmente sono loro stessi che se li impongono lungo il cammino e così falliscono miseramente ogni volta. Ci provano a rigare dritti, sono encomiabili negli sforzi che profondono nel tentativo e corrono le loro avventure tennistiche in coppia su una fiammante spider cabriolet; vagano per spazi infiniti e rassicuranti, ma periodicamente non sanno resistere alla tentazione di cambiare itinerario e imboccano una impervia strada di montagna quasi inconsapevoli; là, ad attenderli, c’è l’inevitabile tunnel che infilano con una certa malcelata voluttà. Anche perché è un tunnel affascinante e piacevole in cui perdersi: pieno di luci colorate, tutt’altro che lugubre e tetro, vi si trovano ristoranti alla moda, intervallati da meno decantati posti di ristorazione che offrono trash food con cui beatamente ingozzarsi, locali notturni ove intrattenersi con procaci e disponibili signorine, campi da basket adatti per ritemprarsi in sfide infinite uno contro uno, insomma è un gran bel tunnel dove passare il resto dei loro giorni. Una volta entrati si stenta ad uscirne, gliene possiamo forse fare una colpa ? Chi siamo noi per dire che “la vita sotto al tunnel” non sia degna di essere vissuta ? Ha senz’altro i suoi indiscutibili pregi e rappresenta un modo di essere che gli si confà talmente bene che non possiamo non rispettarlo. Loro due hanno capito tutto, fidatevi; parafrasando liberamente una ben nota canzone di qualche tempo fa “sono entrati (non usciti) nel tunnel del divertimento”…e chi sta meglio di loro !

E passiamo alle note liete, torno a parlare di persone serie che hanno tentato in tutti i modi di uscire dal tunnel ed infine sembrano aver avuto successo. Quindi come non citare in questa mia bislacca carrellata il grande Juan Martin Del Potro, mastro costruttore di tunnel per eccellenza, ingegnere stradale honoris causa, iscritto per acclamazione nel club delle talpe e insignito dall’ANAS della regolare tuta da lavoro arancio fosforescente. Quanti tunnel ha percorso il povero Delpo ! Tunnel senza fine, uno dopo l’altro, sfiancanti e miseri che lasciavano ben poche possibilità di avere un qualche pertugio da cui evadere ! Incredibilmente ce l’ha fatta ed ora le cose volgono al meglio: inutile ritornare su quello che ha combinato in California con il suo primo titolo 1000, ma anche nell’umida Florida si è fatto valere fintanto che la stanchezza è cominciata ad affiorare, le gambone sono diventate meno reattive, il passo strascicato è parso ancora più lento del solito e il dritto scarico e disobbediente ai suoi voleri; si è fatto dignitosamente da parte a due gradini dalla possibile entusiasmante doppietta, estromesso da un Isner in stato di grazia. Comunque Del Potro è ampiamente promosso perché ha incamerato i titoli di Acapulco ed Indian Wells in questo inizio di stagione e ha soprattutto ritrovato la convinzione mentale per colpire con decisione e potenza anche il rovescio a due mani che stentava a decollare, abbandonando l’eterno slice assai poco redditizio in cui si rifugiava per il timore di ritornare agli antichi dolori patiti. Ora, più che un tunnel, lo attende un rassicurante cavalcavia a cui seguirà una piazzola di servizio per ritemprare le forze in attesa di una ridotta stagione sulla terra (un 1000 soltanto prima di Parigi) tutta da scoprire. Gli incubi sono definitivamente scacciati oppure ogni tanto si chiederà con angoscia se lo attendono altri tunnel nella seconda parte della carriera ? Probabilmente si, il cielo non voglia che il…tunnel carpale, o roba del genere, lo tormenti ancora.

Alla stretta finale del torneo giungono altri due tennisti che non hanno avuto più di tanto a che fare con i tunnel: infatti, lo struzzo Anderson ha disputato una carriera degna, ma anonima fintanto che è riuscito nell’incredibile impresa di arrivare in fondo a New York, mentre il soldatino Carreno Busta ha tutta l’aria di essere uno di quelli che in futuro timbrerà con regolarità il cartellino. Sarò perfido, ma per entrare nei bui tunnel bisogna prima aver prima brillato di luce propria con una certa intensità. Ho il timore che né l’uno né l’altro perciò facciano al caso nostro. Tuttavia la loro partita dei quarti è stata piacevole, alla fine ha avuto la meglio sul filo di lana lo spagnolo con la complicità del sudafricano vittima di braccino nel tie break finale.

Carreno, in seguito, viene fatto fuori d’autorità in semifinale da Sascha Zverev, mentre come si è detto un Isner dotato per una volta non solo del solito servizio devastante, ma anche di un turbo-dritto sparato a ripetizione sopra le righe liquida Delpo col serbatoio a secco.

Ci attende una finale tra uno yankee lungo lungo fino ad arrivare alla vertiginosa quota di 2 metri e 8 e pesante 108 chili e un russo-tedesco di “solo” 1.98 per 98 chili. Se questi due entrano nel tunnel devono stare attenti alla segnalazione sull’altezza massima consentita. Ed entrambi, anche se in modo diverso, vi sono entrati, eccome.

Sascha viene dalla strepitosa conquista nello scorso anno da appena ventenne di Roma e Open del Canada. E’ diventato il primo, vero ed unico giovin signore capace di riempire il palmares di titoli altisonanti e non solo un “nuovo prospetto” (come si dice oggi, bah…) di incerte speranze e bel gioco non concretizzato. Poi ha intrapreso una discesa agli inferi con sconcertante rapidità, alla sua preoccupante allergia degli slam si è aggiunta una fila di sconfitte inopinate ed un’involuzione tennistica del tutto anomala per la sua giovane età. Per puro sadismo ricapitolo qui le sue disfatte più o meno premature, più o meno vergognose tra fine 2017 e inizio 2018: Tiafoe a Cincinnati, Dzhmur a Shenzhen, Kyrgios a Pechino, Delpo a Shanghai, Tsonga a Vienna, Haase a Bercy e la mancata qualificazione alle semifinali nelle Atp Finals di Londra. Quindi Seppi a Rotterdam, ancora Delpo ad Acapulco, per concludere la sua poco invidiabile collezione con il punto più basso: il match d’esordio contro il portoghese Joao Sousa ad Indian Wells. Il tutto dovuto ad una condizione approssimativa, energie al lumicino, concentrazione ridotta, efficacia dei colpi assai peggiorata e alcuni rapporti un po’ troppo tesi con i membri del suo clan: insomma, anche a lui è toccato in sorte l’ingresso poco auspicabile nel primo tunnel della sua carriera.

Il tunnel personale di Isner, invece, è da sempre costituito nella sua lotta infinita contro i Masters 1000 e lo scoglio della “grande vittoria” mai conseguita: ha raggiunto diverse semifinali e soprattutto tre finali in cui ha avuto la malasorte di scontrarsi contro Federer, Murray e Nadal; la naturale conseguenza è stata quella di uscirne sempre con le ossa rotte e il piatto del runner up in mano. Triste sorte quella di chi, pur essendo un giocatore temibile e di indubbio valore, arriva ad un passo dalla gloria, ma se la vede costantemente sfuggire. Un tunnel perfido e beffardo, sembra che l’uscita sia a portata di mano ed invece all’ultimo metro ti trovi la strada sbarrata, c’è di che scoraggiarsi !

La finale si sviluppa tra grandi botte di servizio e scambi dettati dalla frenesia dei due contendenti a cercare il punto nella maniera più rapida possibile. Si nota chiaramente come Isner propenda a correre più rischi di Zverev, maggiormente ben disposto al palleggio relativamente prolungato. La superba condizione fisica dell’americano fa si che i suoi movimenti laterali siano insolitamente efficaci, arrivi bene sulla palla e la scagli con potenza sopra le righe per la disperazione di Sascha. Ci si trascina così fino ad un tie break dopo un set di qualità. Qui, paradossalmente, il servizio non è più un fattore decisivo, sono di più i punti vinti in risposta che alla battuta e pur essendo Long John a trovarsi 4-3 con un minibreak è proprio l’americano a soccombere subendo quattro punti di fila dall’avversario che si aggiudica il primo parziale.

La partita sale di intensità, Isner sembra aver accusato il colpo, ma poi si riprende, Sascha si distrae, spreca , sbaglia e sul finale del set cede la battuta. 6-4, un set pari.

All’inizio del terzo John sembra in debito, per un omaccione come lui mantenersi atleticamente performante per tutto un incontro e per giunta sotto il caldo umido di Miami è un’impresa non facile. I dodici anni di differenza gli potrebbero essere fatali, ma il destino ha in serbo per lui un lieto fine. Zverev concede fior di palle break ad ogni turno di servizio, fisicamente sembra messo meglio, ma non è in grado di alzare il suo livello per imporsi nel testa a testa conclusivo. Alla fine cede ancora e il set si chiude con lo stesso punteggio del secondo.

Onore a Isner che infrange il suo tabù e riesce nella conquista del suo primo grande titolo. La sua lotta personale contro il tunnel che gli negava la coppa tanto agognata è vinta. E’ uscito dal buio ed è stato scaldato da un raggio di sole luminoso che allieta la sua giornata, è destinato ora ad una nuova vita tennistica ricca di altri successi dello stesso valore oppure sulla sua strada dopo pochi metri “all’aperto” potrà leggere uno striscione su cui è scritto “premio alla carriera” ? Io propendo per la seconda ipotesi.

Anche Zverev però si ritrova ed esce decisamente dal tunnel: dopo due vittorie su due in finali di Masters 1000 è arrivata una “naturale e fisiologica” sconfitta. Quel che conta è aver ritrovato un gioco a tratti sopraffino: grande rovescio, servizio letale, tenuta fisica più che discreta; qualche momento di scarsa lucidità gli è stato fatale e lo ha sottolineato con la devastazione della sua racchetta: aveva capito che ormai era finita. Tuttavia, Sascha ha regalato momenti di ottimo tennis, regolando senza appello due suoi compagni di generazione come Kyrgios e soprattutto Coric, reduce da tornei in cui è cresciuto tantissimo (nel caso del giovane croato è inopportuno parlare di tunnel, ma piuttosto di strade sbagliate per malfunzionamento del GPS…). Nel secondo set della semifinale contro Carreno Busta, Zverev è stato pressoché perfetto. Il tunnel è stato percorso, l’uscita definitivamente imboccata e la luce che ha trovato, sebbene non accecante, non si può certo definire poco corroborante. Buona stagione sul rosso anche a Sascha.

PS tra i malcapitati che si imbattono in tunnel corti, lunghi o infiniti, c’è un certo tennista, detto il toro di Manacor che di entrare in questi antri oscuri nell’immediato futuro non ci pensa nemmeno pur non essendo di primissimo pelo, ma scalpita non vedendo l’ora di tornare in pista e caricare a testa bassa gli sfortunati che oseranno ostacolare il suo cammino verso infiniti trionfi non intralciati da tunnel di sorta. Che l’argilla rossa sia SOTTO di me e la chele mancina sia DENTRO di me, ripete ossessivo come un mantra beneagurante…e se un maledetto tunnel si interporrà sul mio cammino, prendo la strada larga e lo aggiro come solo io posso fare. Ci rivediamo a Montecarlo !

Facebook Comments