Miami 2018: Federer e il tonfo annunciato di Miami

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Come nel più classico dei pesci d’aprile, domenica scorsa si è consumato un miracolo che, agli occhi dei meno attenti e meno appassionati, potrà sembrare uno scherzo. Come da tradizione, appunto.

“Dai, adesso arriva Roger Federer, vince e siamo tutti contenti”. Ma lo svizzero non arriva, si presentano due ragazzi che superano abbondantemente il metro e novanta e danno vita a una partita al cardiopalma, dove alla fine la spunta meritatamente John Isner, al suo primo Master 1000 della carriera.

Ma, appunto, dov’era Roger Federer? Il campione di Basilea si è mestamente fermato al secondo turno contro il talentuoso 4K, l’australiano Kokkinakis, che con una prestazione di carattere ha sconfitto il numero 1 al mondo, facendolo anche scalzare dal trono mondiale, a favore di Rafael Nadal.

A tutti questa sconfitta è sembrata incredibile, incommentabile e il segno che Roger sta pian piano per abdicare. Probabilmente è tutto questo, ma andiamo ad analizzarla più nel profondo.

A Miami Roger non ha mai avuto una grandissima tradizione: lo ha vinto solo tre volte, di cui due consecutive nel 2005 e nel 2006, anni in cui dominava ampiamente il circuito e in cui ha concluso il Sunshine Double, ovvero la conquista dei tornei di Indian Wells e Miami. Nel 2007 uscì agli ottavi contro Canas al tie break del terzo, nel 2008 fu sconfitto sempre al terzo set nei quarti da Andy Roddick e nel 2009 tornò in semifinale, dove fu battuto nuovamente al terzo, questa volta da Novak Djokovic. Nel 2010 sarà Berdych a eliminarlo, al tie break del terzo degli ottavi di finale, nel 2011 ancora il serbo lo farà fuori in semifinale, mentre nel 2012 sarà Andy Roddick al terzo turno ad estrometterlo.

Fin qui abbiamo visto un paio di titoli, due semifinali, un quarto di finale, due ottavi e un terzo turno. Un bottino niente male, ma nulla di trascendentale se ti chiami Roger Federer e giochi sul cemento.

Andiamo a vedere invece il percorso parallelo nel primo Master 1000 della stagione, ovvero Indian Wells, dal 2004 al 2012: abbiamo tre trofei consecutivi dal 2004 al 2006, mentre nel 2007 fu eliminato al secondo turno da Canas (stesso giustiziere poche settimane dopo a Miami); nel 2008 perse nettamente in semifinale da Fish, nel 2009 fu sconfitto nuovamente in semifinale, questa volta in tre set, da Murray. Nel 2010 fu eliminato al tie break del terzo set da Baghdatis, al terzo turno, nel 2011 subì una nuova sconfitta in semifinale, in tre set, da Novak Djokovic, e nel 2012 tornò alla vittoria, sconfiggendo in finale John Isner.

A Indian Wells, nel periodo considerato, contiamo ben 4 titoli, 3 semifinali, un terzo turno e un secondo turno. Decisamente più da Roger Federer.

La divisione tra il periodo 2004-2012 e 2013-2018 verte, innanzitutto, sul fatto che Roger dal 2013 in poi abbia iniziato a centellinare pian piano le forze per poter essere al top solo su alcune superfici e solo in alcuni periodi dell’anno. Poi, per il fatto che, entrato nei 30 e infortunatosi in quell’anno, la sua carriera ha avuto una cesura piuttosto netta.

Nel 2013, dopo una brutta uscita nei quarti di finale di Indian Wells contro Nadal, Roger decide di non partecipare al Miami Open. Sarà l’anno più buio della sua carriera, giocherà con un dolore alla schiena che lo porterà a pensare al ritiro, a causa delle prestazioni poco positive e dei continui dolori. Ma questo periodo passa e, all’inizio del 2014, torna in splendida forma: dopo aver perso la finale di Indian Wells, si presenta a Miami, ma viene sconfitto da un Nishikori nel suo anno di grazia, in tre set, ai quarti di finale. Nel 2015, dopo un’altra finale persa ad Indian Wells da Novak Djokovic, non andrà a Miami. Nel 2016, dopo l’infortunio a Melbourne, salterà i 1000 americani in toto.

Quindi, ricapitolando, dal 2013 al 2016 solamente una partecipazione, poco fortunata, segno della sua volontà di sacrificare Key Biscane per poter essere competitivo lungo tutto l’arco della stagione.

E arriviamo al 2017: dopo Wimbledon 2016 Roger annuncia il suo ritiro dalle scene fino a Melbourne, per molti è il primo segno di resa evidente al tempo che passa, chissà se il ginocchio e la schiena torneranno a sostenerlo per un’ultima grande impresa.

Beh, sappiamo tutti com’è andata a finire: Melbourne, Indian Wells e Miami, tutti in tasca. Cosa che gli era riuscita solo nel 2006. Sembra che il tempo, in fondo, non passi mai per Roger, o che comunque passi molto lentamente.

E allora perchè in questo 2018, dopo aver vinto Melbourne, non è riuscito a confermare nessuno dei due 1000 americani? La risposta è molto semplice: lo scorso anno Roger veniva da sei mesi di soli allenamenti, relax e famiglia, con la testa sgombra da pressioni e pensieri di numero uno. Voleva solo tornare a giocare per il puro gusto di competere e dimostrare di esserci ancora, senza però grosse aspettative. Fisicamente stava bene, era integro e in salute.

La fine del 2017, invece, ci ha restituito un Roger Federer leggermente acciaccato, stanco, macchinoso e molto più falloso che nei primi sei mesi. Melbourne è stato vinto per la mancanza di cinismo di Cilic nei momenti chiave, ma era comunque un Federer diversissimo da quello di dodici mesi prima, più nervoso e, se vogliamo, più umano.

Dopo un’annata in cui è arrivato in fondo in praticamente tutti i tornei che ha giocato, al posto di capire, come nel 2013, che così non poteva continuare se avesse voluto vincere ancora qualcosa di importante, ha fatto un all-in assurdo, andando anche a Rotterdam per conquistarsi sul campo il numero 1. Poi, gasato, ha dichiarato di voler provare a rivincere il Roland Garros. Per fortuna sua, però, la tradizione negativa di Miami gli ha fatto rimettere i piedi sulla Terra: l’uscita al secondo turno contro Kokkinakis, dopo cinque giorni di riposo dalla finale persa malamente da Del Potro a Indian Wells, gli ha fatto capire che anche lui è umano.

Per questo, di questo articolo, si può semplicemente dire che è la cronaca di un disastro ampiamente annunciato.

Ci rivediamo a Stoccarda, Roger.

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