Born(a) to be on the top

Square

There is nothing worse in life than being ordinary”, tradotto “Non c’è nulla di peggio, nella vita, che essere ordinari”. Il carattere di Coric lo si può benissimo evincere dal tatuaggio che sfoggia sul bicipite destro, ma anche dalla sfrontatezza che lo ha sempre contraddistinto. Certo, per vincere a 17 anni contro Nadal – 62 76 a Basilea nel 2014 – ci vuole fegato prima di un talento rilevante, ma la cascata mediatica a cui è stato sottoposto appena dopo l’ha eccessivamente penalizzato. Colpa anche sua, c’è da dirlo, ma accarezzare la popolarità a cavallo tra gli ultimi sospiri di adolescenza e la porta principale per diventare uomini può giocare brutti scherzi.

Sono il più forte della mia generazione. Quando sono al meglio assomiglio a Djokovic, quando non lo sono assomoglio a Murray”. Tuonava così ad inizio 2015 il giovane di Zagabria, cullandosi nel brodo che appassionati ed addetti ai lavori avevano cucito attorno a lui. Lo sappiamo, basta una prestazione, un exploit degno di nota, ed i complimenti si sprecano – anche i più estremi – soprattutto se dalla carta d’identità spirano aneliti di giovinezza. Coric non fa scudo e vola alto, si esalta, sviolina e si erge su un piedistallo troppo alto e poco stabile per reggere. La caduta è rovinosa dopo il best ranking di N°33 , anche a causa di un infortunio al ginocchio che lo costringe a sostare sotto i ferri nel 2016. Torna a ronzare costantemente vicino ai top 50, ma viene sbalzato fuori e tocca addirittura la posizione N°79 a metà 2017. E’ il punto più basso, ma si rialza subito.

La scelta del team Piatti – Coric torna ad osare, ma stavolta senza dichiarazioni ad effetto. Lo fa nel silenzio, mettendo sotto contratto uno dei migliori team in circolazione. Piatti ed il suo staff – reduci dalla separazione con Milos Raonic a Novembre 2017, ora con Ivanisevic, in prova, nel suo angolo – parlano con Coric durante l’off season, e trovano subito l’accordo. Il croato cambia tutto: Riccardo Piatti e Kristjian Schneider come coach, Dalibor Sirola come preparatore atletico, e Claudio Zimaglia come fisioterapista. Una squadra a cinque stelle, coadiuvata da un manager di tutto rispetto; quell’Ivan Ljubicic che ha fatto rifiorire Federer. La sapiente mano del team di Bordighera si vede, eccome. Coric perde subito agli Australian Open contro Millman, ma sul cemento americano è una lamborghini. Il Sushine Double lo incorona tatticamente e mentalmente, lui vola con semifinale ad Indian Wells – battuto soltanto da Federer e da un pizzico di inesperienza – e quarti a Miami – perdendo da Isner, colui che ha strapazzato del Potro e contenderà a Zverevino il titolo. Adesso predica calma: “Non ho fatto nulla, per la top 10 ci vorranno almeno tre anni.”

Pillole tecniche – Una prima decisamente ottima per il classe ‘96, rinforzata anche negli ultimi tempi. Piede sinistro avanti nella realizzazione del colpo, importante per fare da perno. Lancio di palla non altissimo, con leggero taglio mancino, che vede la racchetta arrivare parallela alla palla ed al terreno nel punto più alto della fase ascendente. Rotazione del braccio e piatto corde che incrocia la pallina.

La prima di servizio in Slow-Mo.

Non molla di un centimentro Coric, mai. Difensivamente è un mostro, che ti costringe, minimo, a giocare un colpo in più. Non avendo nel dritto il suo colpo prediletto – giocato prevalentemente open stance con la racchetta che fluttua sopra la testa, a cui alterna soluzioni in neutral stance – utilizza raramente il colpo anomalo, sia inside-in che inside-out.- mentre sfodera un rovescio poderoso capace di prendere ogni parte del campo. Colpo sciorinato con le braccia flesse che diventa devastante. Ha imparato a variare con rigore, e sta facendo vedere che possiede il tocco sotto rete. Borna, è ora di spiccare il volo. 

Uno dei migliori match di Miami, vs Shapovalov.

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