NEW YORK: E’ UN’ESTATE TORRIDA…MA L’AUTUNNO STA ARRIVANDO

Square

Fa caldo a New York. Fa tanto caldo. Fa troppo caldo. E 128 eroi sudano, si affannano, annaspano, boccheggiano, soffrono per fare del loro meglio nell’ultimo slam stagionale: lo US Open, vale a dire il torneo dei tornei.

Difatti, quando le quattro superfici che i tennisti calpestavano nel corso dell’anno facevano pensare che il tennis fosse non uno sport, bensì quattro sport diversi in uno, chi se ne intendeva proclamava a ragione che nessuna competizione avrebbe mai potuto sottrarre a Wimbledon la palma del torneo con più fascino e prestigio, ma vincere a Flushing Meadows, tecnicamente parlando, significava essere il migliore dell’anno. Non so se ancora oggi con l’omologazione forse fin troppo estrema di campi e tipologia di gioco questa affermazione si possa ritenere ancora valida, ma di certo alzare questo trofeo resta uno dei massimi obiettivi della carriera di ogni campione degno di questo nome.

Flushing Meadows: una beffarda, libera e leggiadra traduzione del Vecchio Scriba Gianni Clerici di questo ameno, si fa per dire…, club sito nel quartiere popolare del Queen’s definisce il loco Prati Irrigui, cioè prati colmi di rugiada oppure innaffiati, irrigati e mai come quest’anno suona felice la sua perfetta interpretazione. L’umidità che raggiunge vette insopportabili e farebbe strozzare il fiato in gola alle rane (cit.) fa si che i campi siano cosparsi dei madidi effluvi emanati dai corpi degli atleti, estenuati nell’inane sforzo durante i loro incontri, a volte più preoccupati di non stramazzare al suolo che di concludere vincenti o perdenti il loro match. Irriguo, quindi, ogni campo lo è più che abbondantemente, mentre il prato è ormai solo un pallido ricordo dei decenni che furono dato che si gioca sul cemento più cemento che c’è ! Superficie ideale per cuocere a fuoco lento a queste temperature crudeli i corpaccioni dei tennisti e disossare, uso questo termine perché mi sembra il più adatto, le povere giunture degli sciagurati pelotari costretti a “dare spettacolo” in situazioni oltre il limite del sostenibile.

Ricordo che nessuno sport contemporaneo si disputa su un fondo duro come quello adottato nel tennis per puro interesse commerciale. Follia pura. A rimetterci è la salute del professionista ed il livello di gioco che si riduce spesso a ben poca cosa nel corso della prima settimana.

Sarebbe il caso di fermarsi ? Sarebbe opportuno ritardare il programma e spostarlo verso le relativamente più fresche ore serali ? Non si può. E perché non si può ? Perché le tv foraggiate dagli sponsors pagano fior di quattrini per trasmettere non-stop le due settimane del torneo come e quando più le aggrada. Aggiungiamoci che tutto il carrozzone di Internet non è certo più misericordioso e più attento all’umana civiltà e quindi si procede come se niente fosse.

L’ umidità è ai massimi livelli, sembra di fare una continua sauna all’aperto, le temperature oscillano in modo scoraggiante tra i 90 e i 100 gradi farenheit. Utilizzando il calcolo dell’inappuntabile Rino Tommasi (quante cose ho imparato seguendo il tennis negli anni Ottanta !) basta togliere 25 unità e dividere per due da ricavare una cifra più consona al nostro comprendonio: tra i 33 e i 38 gradi centigradi circa. Tutto ciò induce gli organizzatori a muoversi a compassione e a consentire, bontà loro, dei periodi di pausa della durata di dieci minuti circa quando si è verso la meta degli incontri (terzo set) e a permettere cambi d’abiti a ripetizione; i completini infatti sono zuppi dopo pochi games, sarebbe quasi il caso di giocare in costume adamitico, ma la decenza non lo permette.

Si gioca e si va avanti. Comincio a raccontare così come mi ricordo, abbiate pazienza, questi giorni esaltanti o meno del torneo. Le competizioni preparatorie che hanno preceduto questo US Open hanno decretato due favoriti su tutti: Rafael Nadal e Novak Djokovic. Non solo si sono aggiudicati i due 1000 americani, rispettivamente Toronto e Cincinnati, ma hanno anche mostrato alle folle plaudenti un livello di gioco decisamente superiore a quello del resto della concorrenza. Rafa prosegue nella sua ottima stagione; dopo gli intoppi iniziali da Barcellona in poi ha inanellato cinque vittorie e due soli insuccessi (Madrid e Wimbledon). Nole ha sconfitto le tenebre personali ed è tornato sul trono del mondo, beninteso tennistico, a Wimbledon e dopo aver completato la sua collezione di figurine con Cincy non sembra affatto propenso a lasciar campo libero a qualcun altro.

Federer è stato annichilito qualche giorno fa e chissà con che spirito si accinge a giocare, Murray stavolta si presenta, Wawrinka ci riprova (hai visto mai…), Cilic e Delpo sospirano con languore nelle loro camerette: vi si trovano ancora appesi i calendari del 2014 e del 2009, rigorosamente fermi sul mese di settembre e fanno tutti gli scongiuri del caso affinché possano tornare quegli irripetibili momenti ! Ho scritto irripetibili, sarà un lapsus freudiano ? Non precorriamo i tempi. Per tutti gli altri protagonisti lasciamo che parli il campo infuocato.

Nel primo turno vi sono ben otto match che non terminano per ritiro dei uno due contendenti, tra insolazioni e abbrustolimenti i vari peones della racchetta destinati a giocare nelle ore più bollenti non riescono proprio ad andare avanti e gettano la spugna. Rischia di lasciarsi le penne…e la pelle anche Djokovic che dopo aver incamerato con qualche patema il primo set viene prima riagguantato e poi sopravanzato di un break dal suo avversario, l’ungherese Fucsovics. Nole soffre le pene dell’inferno, è proprio il caso di dire, arranca a bocca aperta dopo ogni scambio, cercando inutilmente di inspirare aria meno infuocata di quella che, ahilui, gli tocca respirare. La gittata delle sue palle si fa corta e flebile, si ferma per un controllo medico e si fa misurare la pressione, la grande sorpresa è dietro l’angolo e il ragazzone che si trova di fronte continua a sminestrare colpi profondi e potenti. Tuttavia d’un tratto il match riprende secondo l’ordine naturale delle cose, Novak si rianima e riacquista insperata energia. Fucsovics si fa piccolo piccolo e comincia a cedere il passo. Recuperato il break il serbo chiude senza patemi prima il terzo set e poi l’incontro.

Gli altri favoriti avanzano senza affanni, mentre Dimitrov prosegue indefessamente nel suo ruolo di comparsa facendosi liquidare tre set a zero da Wawrinka.

Non si può certo definire una sorpresa la precoce sortita di Murray ancora fantasma di sé stesso che viene battuto nientemeno che da Verdasco, hidalgo alle sue ultime recite sui grandi palcoscenici, né la via crucis infinita della nuova stella, il coreano Chung, che dopo un inizio di stagione che sembrava auspicare ben altro tipo di stagione ha inanellato una serie di sconfitte scoraggianti non ultima quella in questo torneo contro il cosacco Kukushkin. Tsitispas, ancora inebriato dal supertorneo canadese, inciampa nel russo Medvedev.

Ma la vicenda che ha destato maggior interesse e innescato feroci polemiche nel secondo turno è stata quella che ha visto protagonista Kyrgios…e l’arbitro svedese di origine marocchina Mohamed Lahyani. Ordunque, Nick il pazzo era impegnato nella non facile impresa di farsi battere dal dignitoso francese Pier Ugo Herbert. Concesso il primo set al transalpino, Kyrgios ha deciso, coerentemente con la sua psiche contorta, di perdere senza dignità e va sotto 3-0 nel secondo. A quel punto, mosso a compassione, Layahni trascende il suo ruolo di giudice imparziale e assume quello di buon padre di famiglia che tenta di riportare il figliolo sulla retta via. Scende dal seggiolone e intavola un colloquio intimo e riservato con l’incredulo greco-malese-australiano. “Guarda che se continui così ti devo ammonire per condotta antisportiva…sei meglio di così…reagisci !” Queste più o meno le parole di incoraggiamento dell’istrionico giudice di sedia. L’accorato appello funziona: Kyrgios si erge al tie break e lo vince di un soffio e da lì si aggiudica il match. Il miglior arbitro, si sa, è quello che non si nota e Lahyani è un signore gigione, narciso e con nette manie di protagonismo, lo si percepisce anche dal modo suadente di pronunciare il punteggio. Quando si sente inquadrato dalla tv sfoggia un sorriso da pubblicità di dentifricio. Sicuramente ha esagerato, ma non me la sento di condannarlo in toto: è stato un gesto di pietas umana di fronte ad un ragazzo con seri problemi. Tanto per ricordarci che il tennis è solo un gioco, uno sport da cercare di prendere un po’ meno sul serio.

I favoriti non mollano un set ad eccezione di Djokovic che fa gentile omaggio, causa distrazione momentanea, del terzo parziale al suo avversario Sandgren.

Nei sedicesimi Wawrinka che aveva dato segnali di ripresa negli ultimi tempi, esce per mano di Raonic, il canadese si impone senza tanti complimenti per tre set a zero. Riprovaci ancora, Stan. Sascha Zverev molla miseramente la presa contro il connazionale Kohlschreiber, gli slam per ora non fanno decisamente per lui, attanagliato da un senso di responsabilità e da pressioni inconsce che le sue gracili spalle di ventunenne non sanno ancora sopportare. Attendiamo con fiducia Melbourne 2019. Anche Shapovalov si ferma qui superato da Anderson e Thiem uscito vittorioso da una battaglia infinita contro Johnson si impone anche sul giovane enigma yankee Taylor Fritz. Djokovic si allena contro Gasquet e Federer gioca a pittino contro Kyrgios tornato vittima della sua idiosincrasia all’impegno agonistico.

Match memorabile tra Nadal e Khachanov, invece. Il russo decide di crescere e di sfoggiare la sua miglior prestazione in carriera. Non è che cambi tattica, il concetto di base è sempre lo stesso: menare fendenti di servizio e di dritto tentando di sfregiare il duro cemento dell’Arthur Ashe Stadium. La differenza sta tutta nella condotta di gara molto più solida, centrata e continua. I colpi insomma entrano con maggior frequenza e fanno male. Nadal si ingegna in un’eroica resistenza, ma da leggeri segni di cedimento, il ginocchio sembra preoccuparlo, lo scatto laterale ne risente e la difesa dalle bordate dell’energumeno che si trova di fronte diventa problematica. Si fa fasciare, il fastidio non sembra mutarsi in dolore insopportabile e il match rimane in bilico per ore. Nadal concede il primo set, acciuffa il secondo, è sotto nel terzo e in difficoltà anche nel quarto, li porta a casa vincendoli entrambi al tie break e dopo quattro ore e mezza di lotta si qualifica per gli ottavi di finale. Ha vinto il match perché la sconfitta non rientra nei suoi piani, per l’indomabile tenacia nel competere e di mettere il naso davanti all’avversario seppure per una sola incollatura. L’ha vinta perché è Nadal. Dal canto suo Khachanov ha poco da rimproverarsi: finalmente ha bussato “selvaggiamente” alla porta di un Grande senza chiedere permesso e senza timori reverenziali. E’mancato in qualche momento topico dell’incontro: era avanti per due volte di un break nel secondo set, ma si è fatto raggiungere in entrambe le occasioni, ha commesso un madornale doppio fallo nel tie break del terzo dopo che era riuscito a riportarsi sul sei pari, ha avuto la forza di recuperare lo svantaggio nel quarto, ma poi ha ceduto anche perché colpito da crampi. Gli resta di salire un ulteriore gradino e saranno guai seri per molti. A meno che la maturità mostrata in questo match non sia un evento estemporaneo…vedremo in futuro.

Agli ottavi si assiste alla tragedia: il Canto del Cigno. Federer si trova di fronte Millman, un australiano dai colpi insidiosi e potenti, discreto giocatore di rete. Finora gli avversari che la sorte gli aveva posto di fronte non lo avevano testato fisicamente. Il momento della verità arriva ora. E’ un Roger che manifesta i problemi e le mancanze tipiche degli ultimi mesi, se non di tutto l’anno: dritto ballerino e poco efficace, servizio che va ad intermittenza, spostamenti lenti e faticosi che gli impediscono un adeguato posizionamento al momento dell’impatto, troppe sono le volte che deve colpire in ritardo, in allungo e in affanno. Spreca tanto. Tantissimo. Soffre il caldo benché si giochi di sera. La maglietta è madida di sudore, il respiro è affannoso dopo gli scambi più lunghi. Non è una bella notte per Federer. Eppure tutto era iniziato nel migliore dei modi: 6-3 il primo set senza particolari problemi e servizio per chiudere il secondo sul 5-4. A quel punto si spegne la luce, errori dell’elvetico e risposte vincenti dell’aussie sono un mix letale che decretano il giusto sorpasso: 7-5 per Millman. Anche nel tie break del terzo Federer è avanti ma si fa superare in volata. Nel quarto, quasi un grottesco ripetersi della medesima scena, Roger è ancora sopra 4-2 ma poi si incarta in incertezze infinite. Si arriva di nuovo al tie break e l’esito è senza storia: Millman scatta irraggiungibile sul 6-2 per poi chiudere il match di lì a poco. Il Mugnaio ha adoperato la sua macina con perizia, alla fine di Federer non è restata che la pula. Dichiarazione dello svizzero a fine match: “Sto bene, ho sofferto il caldo”. Eh no Roger, non è del tutto vero: hai avuto le tue occasioni, ma il fatto che non le hai concretizzate è sintomo preoccupante di una condizione fisica non adatta a match lunghi e faticosi. Occorre ritrovare smalto ed energia, sarà possibile nell’immediato futuro ? Non è da escludere. Sarà possibile ritornare ai fasti dell’anno scorso nella prossima stagione ? Già molto meno probabile. Non vorrei che questa sia stata per Federer quella che fu per Agassi la sconfitta contro il Becker dei poveri, tal Benjamin, proprio da queste parti: ovvero sia la definitiva calata del sipario.

Thiem, Nishikori, Djokovic, Cilic, Del Potro vanno via lisci come l’olio. Isner vince la gara di tiro al piattello con Raonic mentre il fatto che Nadal perda un set contro Basish…Basash….Basil l’investigatopo, non depone certo a suo favore.

Quarti di finale. La sfida entra nel vivo. Saprà l’uomo-mulino ripetersi contro Nole ? Macché, il serbo è in forma e lo spazza via concedendogli undici games.

Cilic è favorito contro Nishikori ? Senz’altro, ma tra la sua innata paura di fallire e la “noiosa” regolarità di Kei, alla fine Marinone annaspa in dubbi esistenziali e si fa superare sul più bello: vittoria meritata al quinto per il nipponico.

Isner e Del Potro uno sopra l’altro arrivano al terzo piano di un palazzo. Chi sarà più incisivo nel gioco da fondo avrà la meglio. L’argentino è solido quasi come ai vecchi tempi, Long John si impegna, ma l’inerzia del match scivola dopo il primo set verso Tandil. Delpo è in semifinale.

A Nadal tocca il compito più rognoso: Thiem ha disputato un torneo inaspettatamente autorevole sulla superficie in cui in passato ha fornito prestazioni nemmeno degne di un seconda categoria. Il ragazzo austriaco parte a razzo, un impotente Rafa si trova annichilito da un 6-0 che non promette nulla di buono. Nel secondo set Nadal entra in partita, c’è un break e successivo contro break, sul 4-5 a Thiem trema il braccio e concede il set a Rafa. I fantastici rovesci dell’austriaco prendono il sopravvento: 5-3 nel terzo, ma la situazione si ribalta ancora, grazie a qualche svarione di Dominic Rafa si aggiudica quattro giochi di fila. 2-1, conoscendo Nadal sembra che sia arrivato il classico momento in cui azzanna alla gola l’avversario e lo lascia agonizzante e soccombente. Invece nulla di tutto questo: Thiem rimane eroicamente nel match e colpisce la palla sempre più con maggiore violenza. Anche in questo parziale c’è un break per parte, una deleteria volée di Rafa gli impedisce di chiudere il match. Si arriva al tie break ed è Thiem che si impone con relativo agio. Al quinto l’austriaco sembra averne di più, tornano i problemi al ginocchio di Rafa e qualche ghigno infelice sottolinea la sua sofferenza. Il match è molto emozionante. Ancora un tie break che si conclude 7-5 per Nadal: un paio di accelerazioni fuori di due dita e uno smash goffamente sbagliato dell’austriaco fanno si che lo spagnolo si aggiudichi il match. Thiem avrebbe meritato il passaggio del turno, Nadal non è stato d’accordo ed è sopravvissuto ancora ad una lotta belluina ed estenuante.

Lo scotto lo pagherà in semifinale. La partita contro Del Potro parte sotto i migliori auspici. L’argentino per una volta integro e pieno di energie affonda il suo dritto fotonico, Nadal ribatte senza tentennamenti colpendo anche di contro balzo per mettere fuori causa il poco rapido Juan Martin. E’ un primo set pregevole, molto equilibrato e ricco di qualità. Due volte Del Potro va avanti di un break due volte si fa raggiungere, in particolar modo è colpevole quando sul 5-4 disputa un gioco obbrobrioso sprecando due set point. L’ennesimo tie break di questo torneo si rivela decisivo per le sorti del match. Delpo sale 3-1, un nastro fin troppo benigno con l’iberico gli impedisce l’allungo decisivo, ma comunque si erge sul 5-2, poi sul 6-3. Chiude grazie ad un rovescio in rete di Nadal. Un set combattuto in cui Rafa soccombe a causa della maggior potenza del suo avversario e in cui si era fatto fasciare il ginocchio ancora una volta. All’inizio del secondo set iniziano i guai seri: il palliativo non serve, toglie e rimette il bendaggio litigandoci ad ogni cambio campo, gli sguardi verso il suo angolo si fanno sempre più eloquenti, non colpisce più la palla a dovere, si sposta a fatica, si allunga con sofferenza. Scende a rete per abbreviare gli scambi, tira a tutto braccio apparentemente sciolto: tutti brutti segni, questo non è Nadal. Il match si trasforma in un calvario. Ad un certo punto dopo aver subito un leggero torto arbitrale si avvicina al seggiolone e protesta: “Tanto sto per ritirarmi, ma questo non è giusto”. Scorato si lascia andare ad una dichiarazione che rende pubblica la sua intenzione. Allora perché restare in campo se già si sa di non avere nessuna possibilità di prevalere ? L’irrazionale ha la meglio sul buon senso. Il set si trascina verso un’inevitabile 6-2 per Del Potro. Nadal si siede sulla sua seggiolina a fine parziale, ma poco dopo si rialza per abbandonare la competizione. Solito problema cronico e ricorrente con cui già quest’anno aveva avuto a che fare. Diagnosi: infiammazione del tendine rotuleo. Prognosi: un mese di stop. Dichiarazione di Nadal: “Nella mia carriera sono stato più sfortunato di Roger e Novak”. In parte è vero, in parte no. Questo malanno da cui sa benissimo non potrà mai guarire del tutto avrebbe stroncato la sua avventura tennistica se fosse nato vent’anni prima. I ritrovati della medicina moderna hanno compiuto un miracolo per le sue giunture martoriate dal suo gioco logorante, quindi nella sfortuna è stato fortunato. Solo lui ora sa quale sia la decisione più saggia da prendere; dato che si avvicina la parte della stagione meno propizia alle sue caratteristiche gli consiglierei di staccare del tutto col tennis, riposare, curarsi e ripresentarsi il prossimo anno. Il sacro furore che impernia la sua personalità lo farà recuperare al meglio: tornerà, vincerà e ricadrà fintanto che un bel giorno, inevitabilmente, giungerà il momento in cui dovrà darla vinta…alla cartilagine che non ne vorrà più sapere di essere “rigenerata”.

Mi scuso con gli appassionati che hanno a cuore le sorti di Djokovic, ma mi accorgo solo ora che è ben poco lo spazio dedicato al Redivivo, vi piace come soprannome ? E‘ arrivato in semifinale smarrendo due set e disputando un solo incontro in cui c’è stata una certa dose di pathos per cui il racconto del torneo lo ha relegato in secondo piano.

E non è, per la verità, che c’è da dire molto nemmeno su questo match di semifinale: la resistenza di Nishikori è stata assai modesta. Il giapponese è un tennista che per molti versi lo ricorda senza averne le doti, il talento e la cilindrata ed è inevitabile che quando entrambi denotano uno stato di forma similare sia il migliore a prevalere. Se si aggiunge che Kei è totalmente privo di piano B, il risultato appare scontato. Un tre set a zero secco e misero. Nole è sontuoso e domina in ogni frangente il malcapitato e impotente Nishikori. Un Djokovic in gran spolvero, probabilmente non al suo meglio e guai se lo fosse ! Potremmo chiudere la baracca e ripristinare il Challenge Round.

La finale si spera sia entusiasmante e incerta. Il servizio di Del Potro contro la risposta di Djokovic. Il dritto dell’argentino contro il rovescio del serbo. Potenza e forza contro resistenza e agilità. Chi avrà la meglio ? I due si studiano fino al 4-3, da lì il serbo prende il sopravvento, disinnesca le bordate di Del Potro ribattendo colpo su colpo, il suo dritto a tutto braccio per scalfire con rischi estremi le barricate di Djokovic sortisce raramente gli effetti sperati. Torna di là di tutto, Juan Martin deve fare sempre un colpo in più per ottenere il punto, a volte gli riesce altre volte no. E man mano che il match va avanti il verdetto sarà sempre più negativo. Nole è di gomma, reattivo come nessun altro, sfoggia la sua risposta letale da miglior ribattitore al mondo, entra col rovescio lungo linea, tiene a meraviglia sulla diagonale sinistra. Delpo prova a tirare qualche bel rovescio piatto segno che ha fiducia nel polso martoriato, ma il più delle volte si rifugia in slice e back che sono la sua condanna a morte. Quando lo scambio si allunga Djokovic ha sempre il sopravvento. Logorato e senza soluzioni Delpo soccombe e il primo set si chiude 6-3 per il serbo. Nel secondo c’è qualcosa che si inceppa nel perfetto meccanismo di Nole, Del Potro profonde lo sforzo massimo per rientrare in gioco e riesce a riconquistare il break che aveva ceduto in partenza. Un gioco infinito di circa diciotto minuti fa pendere il piatto della bilancia di questo secondo parziale ancora in favore di Novak: l’assedio a Fort Apache non ha esito favorevole. Nole respinge i disperati e furibondi attacchi della Torre di Tandil che deve crollare sotto gli estenuanti palleggi a cui lo sfida subdolamente Djokovic. Delpo non ha la forza per opporsi e cede il tie break. Nel terzo set si assiste agli ultimi sussulti di chi vuol perdere con dignità: Delpo recupera eroicamente il break e risale 3-3, ma poi è un monologo di Djokovic, si giunge ad un finale già scritto: 6-3.

Del Potro è un campione, peccato che il tennis non sia un film e la sua favola non ha avuto un lieto fine. Spero che per lui non sia stata l’ultima occasione, sfumata, di una carriera martoriata da gravi infortuni.

Djokovic è un fuoriclasse, un fenomeno. Fa suo il terzo US Open, raggiunge nell’albo d’oro gente del calibro di Perry, Lendl, Nadal. Conquista la seconda prova del Grand Slam di fila ripercorrendo per metà le gesta dell’inimitabile biennio 2015/2016. Mette nel carniere il 14° majors eguagliando Pete Sampras. Ora è ufficiale: questa generazione ha tra le sue fila i tre tennisti più vincenti della storia. Lascio ad altri accapigliarsi su chi tra loro sia il migliore oppure, ancor peggio, chi si debba fregiare dell’effimero e per quanto mi riguarda inesistente titolo di più forte di tutti i tempi.

Djokovic è definitivamente tornato, personalmente sono contento specie perché, per una volta, la mia previsione su di lui era giusta: i conti con Nole si faranno nella seconda parte del 2018. Dichiarazione finale di Djokovic: “Ho sempre avuto fiducia in me stesso”. Ho le mie perplessità anche su questo: forse nel profondo della sua anima era così, ma le prestazioni sconcertanti fornite e le esternazioni deliranti rilasciate durante i suoi diciotto mesi da incubo lasciavano intendere tutto il contrario.

Comunque sia, complimenti a Novak Djokovic, indiscusso protagonista di questa estate. Sull’onda dell’entusiasmo dovrà ora fare attenzione, cogliere l’attimo ogni volta che potrà e stare in guardia dai nuovi arrivati bramosi di gloria, non dovrà essere ingordo di tornei e trofei, non dovrà commettere l’imperdonabile errore di considerare possibile l’impossibile.

Perché come la natura ci insegna dopo l’estate sopraggiunge l’autunno. Per tutti.

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