L’ARTE DI RISPONDERE

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«L’attacco migliore è quello che non fa capire dove difendersi. La difesa migliore è quella che non fa capire dove attaccare.»

(Sun Tzu – L’arte della guerra)

E fu così che il comandante Novak Djokovic, «veloce come il vento» e «devastante come il fuoco», seppe portare dalla sua parte la battaglia di Flushing Meadows e dare scacco matto alla Torre di Tandil.

Encomiabile la partita del campione serbo che ha avuto la meglio su un Del Potro che non ha saputo rientrare in partita nel momento del visibile calo accusato da Djokovic nella seconda parte del secondo set.

Ma sarebbe riduttivo, nonché a mio parere profondamente fuorviante, ricondurre la vittoria di Nole unicamente alla poca reattività di Delpo nel trasformare le 3 palle break avute in quel famoso ottavo game del secondo set, durato 20 minuti. C’è sicuramente un qualcosa di più profondo da indagare e scovare nella vittoria del serbo.

La sua partita rasenta la perfetta rappresentazione di quella che è l’arte della guerra tennistica. «Un attacco che non fa capire dove difendersi», con un servizio vario e giocato su più punti: lo slice, al corpo e quello al centro, che spesso ha costretto Delpo a rispondere di rovescio, suo colpo sulla carta “debole”. E soprattutto la capacità – invece latitante nel gigante argentino, forse troppo ancorato alla linea di fondo in manovra –  di scendere a rete a raccogliere il punto dopo un attacco incisivo. Aspetto che definirei piuttosto inedito per lo stile di gioco del serbo.

Ma la chiave forse principale di questa vittoria sta nel fatto che «la difesa non fa capire dove attaccare». Non si fraintenda! Il serbo non aveva alcun punto debole difensivo da nascondere al suo avversario; era proprio l’attaccante che, nonostante i numerosi tentativi, ben presto si è accorto che di punti attaccabili non ce n’erano.  In ampi momenti del match, infatti, il serbo sembrava letteralmente «incrollabile come la montagna», in grado di respingere gli assalti di dritto della torre argentina che alla fine è stata costretta a capitolare, seppur con qualche errore di troppo, anche nel tie break.

E tra le armi messe in campo da Nole, quella che è sembrata risultare decisiva è stata proprio la risposta.

Una risposta che sempre l’ha caratterizzato e che lo renderà tennisticamente ricordato negli anni a venire.

Una risposta che ha saputo disinnescare le prime potenti dell’argentino nell’arco di tutto il match e che sicuramente ha contribuito a scalfirne ogni certezza al servizio.

Una risposta come poche altre ce ne sono state nella storia (forse nessuna di questa qualità e livello, ad eccezione probabilmente di Connors).

Una risposta che a mio parere va inserita, non solo tra le armi letali di questo sport, ma anche tra le sue meraviglie sia per il suo coefficiente di difficoltà che per la sua unicità.

Rispondere, insomma, non è un solo un vantaggio ma anche un’arte. Un’arte che Madre Natura ha distribuito a iosa al serbo e che lo rende per questo unico nel suo genere, indipendentemente dal fatto che vada o meno a genio il suo stile di gioco.

Con questa vittoria, si apre dunque il terzo mandato americano di Djokovic dopo quelli del 2011 e del 2015. Toccante, estremamente toccante, l’abbraccio finale con il generale ferito Del Potro, che non ha saputo trattenere le lacrime al termine di questa campagna terminata con un epilogo per lui amaro. Tuttavia, nonostante la delusione sportiva – e questa volta non cito Sun Tzu – Del Potro è un “vincente che non ha vinto”: un uomo che ha saputo risollevarsi dalla depressione per tornare a calcare i campi del grande tennis a questi livelli non può che essere uno che nella vita ha vinto pur senza alzare nessuna coppa. Similmente a Nole con i servizi avversari, Delpo è stato dotato dell’arte di rispondere alle porte in faccia che la vita gli ha sbattuto.

Andrea Piccolo

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