WIMBLEDON 2018

Square

la torre incrollabile, il toro indomabile, il cigno spennato,

lo struzzo fatato…e l’amico ritrovato

Quello che c’è da dire fin da subito è che è stato un gran bel torneo. Dall’Australian Open 2017 non si vivevano così tante emozioni, non si assisteva a match di così alto livello tecnico, a scontri infiniti, a battaglie decise per una manciata di punti…e ad un esito finale abbastanza inatteso che ha finalmente spezzato la rigida alternanza Federer / Nadal inaugurata diciotto mesi orsono. Poco importa se il trionfo ha arriso a una nostra vecchia conoscenza e non a un volto nuovo. Non si può avere tutto dalla vita…

Andiamo per ordine. A Londra non piove da una settimana, comincia il torneo e non piove, prosegue il torneo e non piove, finisce il torneo…idem con patate. Giusto qualche showers qui e là nemmeno lontanamente sufficiente a bagnare l’erba in modo adeguato. Risultato: i prati più che verdi e rigogliosi sono già gialli e deprimenti fin dai primi scambi. Per quanto sacri, i Doherty Gates non riescono certo ad impedire che gli effetti del riscaldamento globale non irrompano anche nel tempio del tennis. Così l’alta temperatura e il solleone battente fanno si che il fondo si trasformi nella fatal “erba battuta”. Per far fronte a questa incresciosa situazione i capi giardinieri di Wimbledon avevano infranto il protocollo (che Dio li protegga dal loro sacrilegio !) e avevano rasato i preziosi filamenti di loietto inglese all’altezza non canonica di nove millimetri e mezzo per tentare di preservare per qualche giorno in più una parvenza di “vera erba” nei courts più famosi del mondo. Tutto inutile: sarà un torneo che si giocherà dalla prima all’ultima palla sulla deprecabile “terba” (irriverente contrazione tra terra e erba, per chi non lo sapesse).

Mai vista tanta polvere alzarsi a Wimbledon durante gli scambi, quando la palla sfiora il gesso delle linee la nuvola che si alza è un pulviscolo che non si dissolve tanto alla svelta, quando i raccattapalle fanno le loro sgommate nel tentativo di tornare alle loro postazioni nel più breve tempo possibile provocano degli autentici vortici di sabbia del deserto. Povero Wimbledon come ti sei ridotto ! Bando alla nostalgia: così è, se vi pare. I rimbalzi sono più regolari, alti e meno soggetti all’erbetta irrigua, i fondocampisti esultano, i pochi volleatori storcono il naso, i grandi battitori se ne fregano tanto loro le buche sul campo le faranno sempre e comunque.

Ai nastri di partenza Nadal naviga al buio: dopo l’ennesima tournée trionfale sulla terra rossa, non ha disputato nessun match sull’erba; si è riposato e spera di aver mantenuto il suo elevato stato di forma, confida quindi sul fatto che la “terra verde” gli sia amica e preziosa alleata. Federer ha vinto a Stoccarda convincendo parzialmente e ha perso la finale di Halle mostrando un dritto oltremodo deficitario e una condizione atletica non ottimale. Djokovic è arrivato in finale al Queen’s, il gioco è in progresso, ha perso in finale da Cilic, colui il quale sembra il favorito della vigilia, solido e per una volta convinto dei suoi mezzi, almeno così sembra…

Murray c’è, anzi no: si presenta ufficialmente come iscritto, ma si ritira a tabellone sorteggiato. Un brutto vizio che aveva già mostrato al mondo qualche mese prima a New York. Manca la fiducia in sé stesso oppure il suo fisico fa ancora le bizze ? Lo sapremo quando e se deciderà di rituffarsi nelle acque agitate e infestate di squali del tennis mondiale. Forza Andy, buttati.

Se mi metto a parlare negli dettagli dei giovani mi viene l’orticaria, quindi passo e mi accingo a nomarli, se sarà il caso, nel corso di questo verboso resoconto.

Nei primi turni la legge Tommasi è una sentenza implacabile: vengono eliminati gran parte di coloro che avevano ottenuto buoni risultati le settimane precedenti nei tornei preparatori. Primo fra tutti il giustiziere di Federer in Germania: Borna Coric, tronfio del successo riportato, viene annichilito dal russo Medvedev. Lotta per un set ma poi si mette da parte aiutando copiosamente il suo avversario con una marea di errori di ogni genere.

Detto di sfuggita che Thiem farebbe bene a concedersi un break di inizio estate e ripresentarsi direttamente a tornei più adatti alla sua indole, tipo Bastaad e Umago, tanto per dire…e che Dimitrov ha mostrato al mondo che il tennis non è altro che uno dei suoi tanti hobby e probabilmente non quello che prende più sul serio, veniamo al secondo turno.

Marin Cilic contro Guido Pella. Un campione contro un gregario. Un erbivoro di talento contro un tennista di incerta classificazione . Di Pella offro questa perfida definizione: è un tennista regolare, gioca malino dappertutto. Eppure accade l’imponderabile. Dopo due set dominati, l’unico scroscio d’acqua degno di nota dell’intero torneo è fatale alla debole psiche di Marinone. Quasi fosse la nuvola di Fantozzi, quelle quattro gocce sono la sua maledizione: ci si ferma per un po’, e poi si riprende. Sarà la distrazione o il fatto che Pella ha trovato il modo di incartargli il gioco,ma Cilic riesce nella non facile impresa di perdere servizio e terzo set. Si sospende per oscurità. Il giorno dopo Marin è il fantasma di sé stesso, lo sguardo da cerbiatto impaurito lo attanaglia. Non riesce a scrollarsi di dosso l’argentino per tutto il quarto set. Si giunge al tie break e il croato commette degli errori imperdonabili. Nel parziale decisivo le ciliciate proseguono indefesse,fin quando, paralizzato dalle sue paure, Marin concede il break fatale, Pella ringrazia e porta a casa il match. Fuori uno.

L’orgoglio nazionale viene corroborato dalla meritata vittoria di Fabbiano su Wawrinka che sembrava in palla solo perché aveva eliminato l’inetto bulgaro di cui sopra. Il nostro eroe sarà estromesso al turno successivo da uno di cui sentiremo molto parlare in futuro: il greco Tsitsipas, uno dei giovani più talentuosi del circuito.

Arriva il terzo turno e il palcoscenico è tutto per il giovin signore soprannominato da me non certo a torto, il mentecatto. Impossibile, difatti, non concedere due righe a un altro caso clinico disperato come Nick Kyrgios. Affronta Nishikori, o meglio non affronta. Primo scambio e finito il punto (chiaramente non mi ricordo se lo abbia vinto o perso, ma non ha alcuna importanza) comincia a scuotere il capoccione manifestando al mondo intero l’estremo disprezzo che ha per sé stesso. Non è un tennista, è uno che passa per caso su un campo di Wimbledon vestito di bianco e con la racchetta in mano. Sparacchia le palline senza costrutto, senza voglia, senza cognizione di causa, senza alcun senso al di là della rete. E’ un susseguirsi di gesti maldestri e inconcepibili. Un atteggiamento irriguardoso nei confronti del pubblico, dell’avversario e del tennis. Credete che gli importi qualcosa ? Il match se ne va così, in un clima surreale provocando qualche comprensibile fischio dagli spalti. Nishi vince, Nick esce, perso nel suo incubo eterno che è la sua indecifrabile anima.

Djokovic, senza troppi clamori, ha dovuto penare un po’ di più contro l’enfant du pays Edmund supportato da una folla fin troppo patriottica che ha giustamente indispettito il serbo. Lasciato per strada il primo set Nole ha controllato con relativa facilità gli altri tre parziali. Sascha Zverev viene ancora bocciato alla prova degli slam abbandonando anzitempo la compagnia: perde da Gulbis, uno pseudo giocatore , ma di grande talento, scomparendo dal match nel quarto e quinto set.

Chi tra i favoriti è giunto agli ottavi di finale lo ha fatto senza troppi patemi: Federer e Nadal non hanno perso un set e si sbarazzano facilmente anche di Mannarino e Vesely. Djokovic regola Khachanov, Anderson ha la meglio di Monfils solo dopo tre tie break e un set perso 7-5. Raonic concede un parziale all’anonimo McDonald. Isner avverte Tsitispas di ripassare il prossimo anno perché ancora è troppo presto per lui. Il diligente Nishikori ferma la marcia del barbuto lettone Gulbis. Juan Martin Del Potro, ciondolando e imprecando, in due giorni e tra mille sofferenze piega la resistenza del francese Simon, fastidioso come una zanzara quando è in giornata.

Dai quarti di finale la competizione offre spettacolo e sorprese e il torneo assume toni epici davvero inaspettati.

Lo struzzo Kevin dovrebbe essere tenuto agevolmente a bada dal cigno Roger e la lotta tra “uccelli anomali” comincia incanalandosi nei binari prestabili. Anderson è contratto e impacciato, Federer è padrone del campo e senza sforzo incamera il primo set 6-2. Con l’inizio del secondo parziale il match sale d’intensità perché lo svizzero non recita più da solo: il servizio del suo avversario diventa una sentenza, lo scambio da fondo si fa equilibrato. Il sudafricano riesce nell’impresa di strappare il servizio a Roger, ma poi restituisce il favore. A quel punto si arriva al tie break per logica conseguenza, Federer compie l’allungo decisivo portandosi sul 5-2 per poi chiudere con qualche patema 8-6. Due set a zero per Roger, incontro finito. Anche perché sul 5-4 del terzo set Federer si erge a match point ma scentra malamente un passante di rovescio. Da quel momento in poi la partita gira: Roger si innervosisce e concede la battuta, tenta la rimonta, ma non va a buon fine e Anderson incamera il terzo set 7-5.

L’inerzia del match è tutta dalla parte dello struzzo che batte folgori e avanza decisamente il baricentro grazie a un dritto incisivo e potente, per contro il cigno annaspa proprio con il colpo pietra portante del suo gioco, traballante e incerto, gli errori si susseguono, il break a favore dello struzzo è inevitabile dato che Anderson prende sempre più coraggio, il parziale si chiude 6-4 e si va ad un incredibile quinto set. Si prosegue a oltranza fino all’ undici pari, il servizio di Anderson è in costante ascesa quello di un cigno sempre più con il candido capino sotto il pelo dell’acqua, perde di efficienza. Le incursioni a rete di Kevin sono puntuali e portano costantemente il punto a casa. L’ultimo gioco è emblematico: quasi a voler ritardare di qualche istante il crudele destino che gli si presenta di fronte, Roger prima di servire attende che un aereo sorvoli beffardo l’ All England Club, ma quattro errori tra cui un doppio fallo lo condannano ad una resa clamorosa.

Chi dice che lo struzzo è un uccello che non vola ? Sui prati spelacchiati di Wimbledon ha spiccato un balzo verso l’infinito e non è ancora planato al suolo ! Anderson conferma che la finale dell’anno scorso a New York non è stato un caso isolato. Ha colto l’occasione e l’ha sfruttata magnificamente offrendo al pubblico un tennis di indubbio valore, non ha messo la testa sotto la terra, non ha fatto lo struzzo, ma ha tenuto la fronte ben alta e fiera, deciso ad agguantare un successo di rara importanza per la sua carriera. La sua vittoria è meritata almeno quanto è giusta la sconfitta di Federer: cigno slalato, ammaccato e abbacchiato.

Un Federer che sebbene abbia inaugurato l’anno con la strabiliante conferma nello slam australe non ha mai mostrato la stessa brillantezza atletica del 2017, lento e macchinoso negli spostamenti, il dritto farraginoso non è stato altro che l’inevitabile risultato del lento approccio alla palla, leit motiv della sua scarna stagione. Si dirà che ha perso per degli episodi contrari, che l’atavica incertezza nel convertire le numerose palle break conquistate lo ha condannato e che ormai sono fin troppi le partite perse con match point a favore. Io propendo altrimenti: la causa di tutto è una condizione atletica lontana parente di quella dell’anno scorso. Ogni stagione che passa ripresentarsi in forma, specie ad una certa età, costa più sacrifici e una preparazione sempre più ferrea e determinata. Qualcosa stavolta è andato storto ed è nel naturale ordine delle cose.

La dipartita, forse precoce ma non troppo di Federer, mi fa venire in mente questi versi:

“Si narra che un dì l’Inghilterra fiorì, di audaci cavalier. Il buon re morì senza eredi e così, agognaron tutti al poter…”

E in effetti i pretendenti al titolo si ringalluzziscono all’uscita del sovrano, primo fra tutti Rafa Nadal che da tempo immemore non si presenta a Wimbledon così agguerrito e determinato a riportare la corona a Manacor.

Non meno leggendario, tutt’altro, è stato il suo incontro in cui si vede costretto a fronteggiare la temibile torre di Tandil, Juan Martin Del Potro. Se c’è una superficie dove l’argentino ha più chance di spuntarla è proprio l’erba perché i suoi dritti pesanti come macigni schizzano ancora di più e sebbene le pietose condizioni del terreno rallentino un po’ la sua temibile arma impropria ci vorrà il miglior Rafa per poterne avere la meglio.

La lotta imperversa feroce da fondocampo: al dritto e al servizio devastanti di Delpo Nadal contrappone una strenua difesa i cui baluardi invalicabili sono i subdoli angoli mancini e una mobilità senza eguali. L’argentino è in stato di grazia, crivella il campo di fendenti, ad ogni impatto della palla si crea una nuova tana per le talpe che bazzicano nel sottosuolo londinese. Rafa non fa una piega e approfitta dei minimi appigli che gli offre l’argentino, il gigantesco Juan Martin dovrà pur rifiatare ogni tanto, ma la pausa, seppur minima, gli è fatale e la frittata è fatta: 7-5 per Nadal.

Nel secondo set il match non cala di qualità: i vincenti inebriano gli spettatori, break e contro break lasciano il parziale in bilico e si arriva… al tie break. Rafa sale 6-3, con un vantaggio di due set a zero le speranze di Delpo svanirebbero totalmente, ma l’eroica Torre di Tandil ne annulla due e un clamoroso doppio fallo dello spagnolo fa si che il punteggio si riallinei sul 6-6. Dopo aver sventato un’altra minaccia, sull’8-7 Delpo tira un dritto che prima bacia il nastro e poi si stampa sulla riga. Un set pari.

Si riprende con rinnovata intensità e qualità di gioco, gli scambi sono sempre più duri e non sembrano, sorprendentemente, sempre ad appannaggio di Nadal. Lo spagnolo, lucidissimo, fiuta la mal parata e comincia a variare il gioco per tentare di mettere in difficoltà l’avversario, si concentra sul servizio mettendo a segno vari punti vincenti, ma sul 4-5 viene fulminato da un paio di risposte di Del Potro che lo costringono alla resa. 6-4 per lui e sorpasso.

Nadal sembra provato, lo sguardo terreo, la pelle lucida e scura, segno di sofferenza fisica. Il match li sta provando entrambi terribilmente. Rafa continua con la sua tattica aggressiva, infittisce l’uso di palle corte velenose che provocano l’isteria di Del Potro, sempre poco a suo agio negli scatti in avanti. In ben tre occasioni, il povero gigante, inciampa, sbuffa, perde gli appoggi e va per le brulle erbe; sconsolato, affranto con la lingua di fuori e gli occhi pallati che vagano a scrutare il nulla. E’ il suo momento di cedere. Sul 5-3 perde la battuta e consegna il set al rivale.

Un match del genere non poteva che degnamente concludersi al quinto set: si riparte senza tregua, la partita rimane entusiasmante e di altissimo livello. Una volée incredibile in tuffo di Del Potro provoca un’ovazione, un recupero impossibile scaraventa Nadal in tribuna tra le braccia di un’atterrita signora a cui per scusarsi Rafa offre un elegante baciamano dimostrando spirito da vero hidalgo della vecchia Spagna. I due se le danno di santa ragione: Del Potro prosegue con la sua tenace tattica da fabbro ferraio non credendo a suoi occhi quando Nadal gli tira di qua palle che avrebbero fatto il punto contro qualsiasi altro essere umano, ma Nadal non lo è. Il maiorchino punta tutto sulle variazioni velenose per spostare senza pietà l’avversario perché farlo colpire da fermo è un suicidio agonistico. Del Potro è commovente per lo sforzo con cui tenta di scardinare quel diavolo inesauribile. Il primo a cedere è l’argentino: Nadal gli strappa la battuta sul 4-3, sul 5-4 Del Potro prova il possibile e l’impossibile per rientrare nel match, ma è tutto vano, Rafa chiude il match con un pregevole serve & volley, quasi fosse un novello Rafter. La Torre non è crollata, diciamo invece che l’assediante iberico ha trovato l’entrata segreta e ha conquistato il castello…

E’ stato un match entusiasmante e spettacolare, il più bello del torneo, il più bello dell’anno. Nadal ha vinto sul filo, meritatamente.

Nel terzo quarto si è assistito al successo di Novak Djokovic su Kei Nishikori. Zitto zitto, quatto quatto, preso in considerazioni da pochi, il serbo mostra una solidità insospettabile fino a pochi mesi prima e una qualità di gioco che si avvicina sempre più ai suoi livelli migliori. Dopo due set a specchio in cui i due contendenti si sono reciprocamente concessi un 6-3, nel terzo scatta meglio dai blocchi Nishikori, ma Djokovic lo recupera e da lì in poi dispone a piacimento del nipponico. A tratti si sono visti i vecchi dubbi del recente e misero Nole, tuttavia Djokovic li ha spazzati via d’autorità e vola in semifinale.

Nell’ultimo capitolo si incrociano due bombardieri di assoluto spessore come l’americano John Isner e il canadese Milos Raonic. La gara di tiro al piattello può essere la sagra del tie break e difatti il match imbocca deciso questo sentiero: un gioco decisivo per parte. Sul punteggio di un set pari si prospettava una sfida infinita, ma Raonic, seppure meno Orso Yoghi del solito, purtroppo si dimostra ancora una volta deficitario fisicamente, comincia ad accusare fastidi e dolori e cede il servizio in entrambi i restanti set. Isner incamera la sua prima semifinale a Wimbledon senza problemi.

Dopo due memorabili quarti nessuno osa immaginare che le semifinali possano regalare le stesse emozioni ed invece è proprio così; l’aumentare della posta in palio non è causa sufficiente per match assurdamente tattici e bloccati e lo spettacolo regna ancora una volta sul Campo Centrale di Wimbledon.

Isner contro Anderson, si prospetta un’altra battaglia all’ultimo ace. E’ senz’altro questo, ma anche altro, tanto altro. Lo struzzo è contratto, il gigante yankee parte meglio, sono sue le prime palle break, ma le sbaglia sciaguratamente, a metà set Anderson entra a pieno ritmo nel match e il bombardamento di ace e servizi vincenti prosegue senza sosta, monotono, da entrambi le parti. Si arriva al tie break e la spunta il sudafricano grazie anche ad un pregevole tocco a rete.

Nel secondo set si prosegue sulla stessa lunghezza d’onda: il gioco resta scarno e si limita a bordate che si fatica pure a seguire con lo sguardo. Uno scambio che si allunga oltre i tre colpi già induce ad un moto di stupore tutto il pubblico. Altro tie break, ma esito opposto: stavolta a fare la differenza sono due risposte impeccabili di Isner. Un set pari.

Altro giro e altra corsa, bum bum bang bang, non succede nulla fino al 4-3, qui accade l’imponderabile: ben due break consecutivi, prima si fa sorprendere Isner e Anderson può servire sul 5-3 per il terzo set, ma lo struzzo si trasforma in pollo e il solito limite di non riuscire a chiudere i match riaffiora prepotentemente. Non c’è nulla da fare: terzo parziale, terzo tie break. E proprio da questo punto in poi l’incontro comincia a fornire spunti di una certa qualità; tra attacchi coraggiosi, volée e mezze volate al bacio, passanti fulminei e risposte insidiose i due ardimentosi scoprono che nel tennis non si vive di soli ace e battagliano all’ultimo sangue un tie break forse decisivo per l’esito dell’incontro. Si conclude 11-9 in favore di Isner. Sono passate oltre tre ore dal debutto di questa sfida che sarà infinita…

Riprende il tiro a volo con la solita implacabile precisione e potenza, sembra una fotocopia del set precedente, anche qui i due contendenti si regalano il servizio a vicenda, ma sul 4-4 Anderson comincia a sminestrare da fondo, specie di rovescio, in modo molto più incisivo del suo dirimpettaio e stavolta riesce nella strabiliante impresa di conquistare per la seconda volta il break al cecchino americano. Anderson serve per il set e si fa rimontare da 40-0 ! Ci risiamo, non riesce a chiudere; fortunatamente il quarto tentativo è quello buono e almeno questo parziale non giunge al “gioco decisivo”: 6-4 per Kevin.

Il quinto set rimarrà nella storia del tennis: si dilunga per quasi due ore, i contendenti mostrano un po’ di stanchezza fin dall’inizio del parziale, si martellano a vicenda senza sosta e per decine e decine di minuti il punteggio segue i servizi, tic toc tic toc, quasi un pendolo mosso da moto perpetuo, questo match è destinato a durare per l’intera eternità. Non si vede come uno dei due possa prevalere sull’altro. Da fondo Anderson sembra un filo più a suo agio, ma Isner è insospettabilmente perfetto a rete. Long John è sinonimo di Long Set e la memoria ritorna con terrore al suo fatidico 70-68 consumatosi qualche anno fa, qualche decina di metri più in là in questi stessi luoghi. Dio ce ne scampi !

Le poche palle break che Anderson ha in sorte vengono annullate senza lasciare speranza da Isner. 10-10….20-20… Siamo quasi in una bolla, ma granello di sabbia dopo granello di sabbia il piatto della bilancia pende sempre più dalla parte del sudafricano, più tonico e lucido (se si può dire così dopo un match massacrante), si erge con insistenza sullo 0-30 finché sul sensazionale punteggio di 24 pari si assiste all’incredibile: Kevin perde gli appoggi e ruzzola a terra, si rialza, afferra la racchetta con la sinistra impugnandola a mezzo manico, rimanda di là una palla come farebbe il più scarso dei principianti, riesce a vincere il punto e di conseguenza a strappare il servizio all’avversario. Tripudio, ammirazione e sollievo sono i sentimenti che all’unisono si levano da tutto il Campo Centrale. Serve Anderson e chiude il match infinito. Lo struzzo è in finale, grandi complimenti anche a Isner che si è battuto come un leone pur non possedendo la brillantezza fisica dell’avversario.

Non si uccidono così anche i cavalli ? E’ necessario allungare un match fino ad un punteggio così estremo ? Da romantico, direi che mi dispiacerebbe se il long set venisse abolito del tutto. Certo, se questo tipo di punteggi in futuro si verificassero con preoccupante costanza qualcosa occorrerebbe pur fare. Il problema è che il tennis iperatletico dei giorni nostri consuma terribilmente i giocatori, dopo un match di questo tipo non si ha più nulla da spendere in quello successivo sia fisicamente che per quanto riguarda le energie nervose e così si falsa il torneo. Il tie break nel set decisivo è previsto negli US Open e da poco in Coppa Davis. Una uniformità di regole per le quattro prove del Grand Slam sarebbe cosa buona e saggia, ma bontà e saggezza scarseggiano come qualità primarie del genere umano.

Dal dramma sportivo vissuto quel venerdì scaturisce un problema altrettanto serio: sono le otto di sera e la seconda semifinale è ancor da cominciare, che fare !?!? Gli organizzatori sono nel panico, si vanno a consultare le sacre pergamene del sacro regolamento del sacro torneo di tutti i tornei e dal tomo polveroso, in appendice, le ultime righe vergate in occasione della costruzione della “candida copertura” mostrano un barlume di speranza, ecco i pochi eletti cosa hanno avuto modo di apprendere: “ qualora si avesse necessità di protrarre o iniziare un match in tarda serata per non inficiare il programma del torneo, è consentito chiudere il tetto sebbene non siano in corso eventi meteorologici avversi e disputare l’incontro sotto le luci artificiali (che gli Dei della pallacorda abbiano misericordia di noi !) tenendo conto, tuttavia, che il termine ultimo entro il quale il gioco deve essere inderogabilmente sospeso sono le ventitré del meridiano di Greenwich come da inflessibili accordi stretti con la gentile popolazione residente nel sobborgo di Wimbledon. Difatti, quelle brave persone, quasi fossero precoci Cenerentole, sono decisamente insofferenti per il fastidio arrecatogli dal fatto di dover ospitare due settimane all’anno l’evento di tennis più importante del mondo. Dio salvi il Re, la Regina e tutto il parentado !”. Vi assicuro che c’è scritto proprio così…

E allora si comincia quasi all’imbrunire con le luci e in condizioni simil-indoor la seconda semifinale, quella nobile, ancor più finale anticipata dopo l’esito estenuante dell’incontro precedente. Nadal fa il suo ingresso sul Centrale contrariato in volto: il campo si velocizza e questo dà un minimo di vantaggio a Djokovic il quale a sua volta è in preda a mille dubbi: è un match decisivo per lui, quello che gli svelerà, forse definitivamente, se tornerà grande oppure o no. C’è da far tremare i polsi al più freddo tra gli uomini.

Si parte, Rafa sembra più sciolto e pronto ad azzannare da par suo la preda, Nole non sembra messo male, il rovescio con cui ai tempi belli anestetizzava la diagonale mancina del maiorchino è fluido, le geometrie corrette, ma difetta di potenza e temeraria iniziativa. Sembra un po’ incerto quasi a dirsi: “ma posso davvero spingere fino in fondo ? Non è che poi sbaglio e mi vanno tutte le lunghe ?” incertezze più che naturali dopo mesi e mesi a dir poco problematici. Si procede cautamente, sembra una partita a scacchi, i due si temono, si rispettano e si conoscono a memoria. Sul 3 pari l’equilibrio si spezza: tra accelerazioni di Nole ed errori di Rafa ci sono le prime palle break dell’incontro. Djokovic trasforma la seconda e conferma il vantaggio grazie ad una battuta solida e letale. 6-4 il primo set.

Novak prende coraggio, il braccio e meno rattrappito, il set incamerato scioglie la tensione e si invola tranquillo anche nella seconda partita proponendo un gioco asfissiante e di pressing continuo. Il palleggio in progressione è una delle sue armi preferite e cerca così di sfiancare Nadal che come sempre resta impassibile e offre come contro partita il suo muro impenetrabile. Attende con pazienza il calo che puntualmente arriva, qualche errore di troppo e stavolta il break è per Rafa che sale 3-1, ma il set si rimette in parità; smorzate di Rafa e lungo linea di Nole: quest’ultimi hanno il sopravvento nella parte centrale del set e c’è il contro break. A dimostrazione che i due sono grandi ribattitori, Nadal effettua il controsorpasso e si porta in testa 4-2. Il servizio sembra non essere più un fattore decisivo. Si sale fino al 5-3, Nole tenta anche lui la rimonta, ma spreca tanto, non riesce a gestire sufficientemente bene il servizio al corpo propostogli da Nadal che con quest’astuta tattica annulla le diverse palle break conquistate da Djokovic. Un gran lungo linea porta Nadal a set point, un errore sullo stesso identico colpo di Nole gli consente di pareggiare i conti. 6-3 per Rafa; 1-1. Sembra un Nadal-Djokovic di quelli veri.

Il terzo set segue l’alternanza dei servizi: gli scambi sono profondi e duri, si assiste al solito braccio di ferro tra i due, tipico della loro rivalità e sempre di altissima qualità. Nadal tenta di scardinare la “routine” di Djokovic con attacchi a sorpresa e discese a rete in cui mostra ancora una volta che il ragazzo ha anche una discreta mano, per così dire…Nole è meno propenso a farsi vedere in avanti e rischia più volte di compromettere il buon esito dello scambio per mancanza di audacia. Ad ogni modo si va al tie break e in molti ritengono che sarà decisivo per le sorti dell’incontro. Si parte con uno scambio di favori: doppio mini break a causa di un doppio fallo di Nole e un rovescio in corridoio di Rafa, dopo di che sale in cattedra Nole che si porta sul 3-2 grazie alla supremazia nella lotta incrociata di rovescio, Nadal non ci sta, si rifa sotto e recupera con una palla corta da applausi, sembra essere il colpo chiave perché con un altro drop millimetrico Nadal conquista il primo set point. Nole annulla con un dritto, Rafa si fa avanti ancora, Nole ripaga lo spagnolo con la stessa moneta e mette a segno anche lui una smorzata vincente. Altro set point per Rafa, risposta sbagliata; poi set point per Nole, identico esito. Si arriva al 9-9. Nadal ormai sembra un attaccante puro, scende a rete ma la demivolée non è perfetta e viene infilzato da un passante. Con un rovescio non impossibile in rete Djokovic fa suo il tie break. 2-1 per lui, sono da poco passate le undici, fine dei giochi e tutti a nanna, ammesso che si riesca a dormire…

Si riprende l’indomani, è una giornata assolata ma si gioca al coperto come da prassi: un match deve concludersi nelle stesse condizioni in cui è iniziato a meno che i contendenti non siano altrimenti d’accordo. I due non sono d’accordo.

Di solito Nadal quando c’è da riprendere un incontro interrotto è quello che scatta meglio dai blocchi e anche questa volta non tradisce le attese: pronti via e scippa subito il servizio a Nole, il serbo non sembra voler docilmente mettersi da parte e riaggancia il rivale sul 3-3. Nadal forse un po’ provato dal duro match contro Delpo sembra accusare. Djokovic però rimane sornione e continua a giocare “per non perdere”, allora l’altro decide di tentare di vincere: sul 3-4 martella Djokovic a dovere, si erge a palla break e un banale errore di rovescio di Nole che si infuria con le suole delle sue scarpe prendendole a racchettate gli concedono il decisivo allungo. Sebbene Djokovic vada a un passo da recuperare ancora, Nadal incamera cinque punti consecutivi nel game e chiude il set 6-3.

Non potevamo chiedere di meglio per suggellare questa emozionante sfida di un quinto set al cardiopalma e i due attori protagonisti non ci lasciano certo delusi. Il parziale si avvia senza scossoni: come fossero le controfigure di Isner e Anderson, Rafa e Nole sono una sentenza alla battuta. i due si complicano la vita con doppi falli e dritti in rete, ma poi rimediano cancellando le palle break con ace e colpi da fondo vincenti. Tanti tanti winners in questo match, un spettacolo da lustrarsi gli occhi. Dopo di che Rafa comincia ad essere quello più in difficoltà sul suo turno di servizio: va svariate volte sotto di 0-30, ma rimedia sempre offrendo un gioco vario e con soluzioni sempre differenti. E’ un Rafa che le tenta tutte per prevalere; un Nadal che gioca tatticamente alla Federer e non è un’eresia dirlo, anche tecnicamente gli si avvicina molto costatando che dall’altra parte della rete non c’è più il fantasma degli ultimi di due anni ma è tornato Novak Djokovic, colui che non ha mai abbassato la fronte davanti al toro di Manacor quando si è trattato si decidere chi fosse il più forte da fondocampo. Nadal spavaldamente attacca, Nole si difende e contrattacca a sua volta, uno spettacolo puro. Sul 7-7 pari i due disputano un game superbo: tra colpi mirabili e errori grossolani che aumentano il pathos della vicenda, il gioco dura la bellezza di sedici punti, Nole rischia l’osso del collo,ma salva lo scalpo ancora grazie al servizio infallibile e a un dritto passante incrociato stretto giunto dopo un batti e ribatti durissimo.

Si continua senza sosta, sull’8-7 Nole arriva al match point, ma Rafa lo annulla con l’ennesima palla corta. La sconfitta lo ripugna, ma sembra matura. Djokovic tiene il servizio e poi Nadal cede di schianto: va sullo 0-30 senza opporre troppa resistenza, nel terzo punto del gioco incespica e ruzzola in terra, si rialza, riprende in mano la racchetta e indomito si getta come una furia verso l’altra parte del campo dove Nole aveva appoggiato la palla senza nemmeno imprimergli troppa forza. Rafa quasi riesce nel miracolo di ribattere anche questa insidia, ma il colpo muore beffardamente poco sotto il nastro. Il punto successivo non è che la naturale conseguenza, Nadal firma la rese spedendo in corridoio un colpo mal controllato alla sua destra. E’ il trionfo del ritorno di Nole che conquista la finale di Wimbledon. Il Toro indomabile ha dovuto piegare la testa, ma è tutt’altro che placato. La sua furia si abbatterà su tutti fin dal prossimo torneo. Nole vince e convince, finalmente rinasce a nuova vita.

Due eterni fuoriclasse hanno onorato il torneo scrivendo un’altra pagina indissolubile nella storia del tennis.

Quasi le emozioni, la qualità dei match e le sorprese siano state fin troppe e abbiano raggiunto il limite consentito dal fato, l’atto conclusivo di questo Wimbledon 2018 non regala nulla di speciale. Djokovic si rivela essere troppo superiore ad un Anderson spossato dalla sua eterna semifinale. Non c’è match nei primi due set. Appannato al servizio e molle sulle gambe la resistenza di Kevin è minima, Nole a scartamento ridotto è più che sufficiente per chiudere i parziali con un periodico e senza appello 6-2. Dato che Anderson è fatto di scorza dura, tenta comunque un’encomiabile reazione nel terzo set per non uscire dal campo soffrendo un’umiliazione cocente. Il sudafricano battaglia ad armi pari contro Nole, forse un po’ in debito anche lui dato che ha speso una considerevole quantità di energie nemmeno ventiquattr’ore prima, e riesce a dare qualche seria preoccupazione al serbo. Sul finire del set arriva a palla break ma non la trasforma, nel tie break cede il passo e Djokovic ne dispone a suo agio aggiudicandoselo per sette punti a tre. Esultanza contenuta in rispetto del suo degno opponente che ha disputato un torneo da applausi eliminando Sua Maestà Federer.

Nole si china sull’erba e ne strappa un paio di fili, li mastica come fece in occasione dei suoi precedenti trionfi. Per Nole è la fine dell’incubo, dopo la discesa all’Inferno e i mesi di Purgatorio, torna in Paradiso aggiudicandosi il suo quarto titolo ai Championships e il suo tredicesimo Slam.

Un destino benevolo, ma anche beffardo e ironico ha voluto che la sua resurrezione agonistica avvenisse proprio a Wimbledon dove esattamente due anni fa era deflagrata la sua profonda crisi. La deprimente sconfitta contro Querrey aveva lasciato tutti a bocca aperta, l’imbattibile Djokovic alzava bandiera bianca dopo aver conquistato i quattro majors consecutivamente ed essere lanciato, per i più, alla conquista del Grande Slam.

Nole si spegne all’improvviso, non come una candela che lentamente finisce di bruciare, ma come una lampadina che si fulmina di botto. Perdita di motivazioni a causa del dominio totale, nausea del tennis, calo fisiologico, problemi fisici o familiari: la ridda di ipotesi si fa frenetica.

Un bravo romanziere potrebbe scrivere un avvincente racconto ispirandosi al tormentato biennio noliano. Ne verrebbe fuori un bizzarro e affascinante incrocio tra “Memorie del sottosuolo” di Dostoevskij e “La Metamorfosi” di Kafka. Mal di vivere e crisi di identità fuse nella coscienza del serbo.

Un susseguirsi di eventi che fanno girare la testa e confondono: gli infortuni, ammessi, parzialmente smentiti e poi confermati definitivamente a scoppio ritardato. O forse è la mente quella che deve guarire ? Dove e quando si è fatto male ? Al polso, al gomito, alla spalla, all’avambraccio ? Non c’è modo di saperlo con certezza prima del risolutivo intervento chirurgico.

La fine del rapporto con il consigliere Boris Becker, il licenziamento in tronco del suo storico staff, in primis il mentore insostituibile Vajda, ora giustamente riaccolto. La sciagurata idea di affidarsi per ricostruirsi all’improbabile duo Agassi / Stepanek, un fuoriclasse e un viveur, niente di più lontano da quello che gli occorreva per ritrovarsi come atleta e come uomo. E poi il karma, la meditazione, il guru Pepe Ymaz che predica pace e amore, nobili ideali purtroppo in perenne contrasto con la legge della jungla che deve regnare senza pietà sul campo da tennis dove l’uomo che c’è al di là della rete deve essere “odiato” per essere sconfitto.

La fissazione, inculcatagli da chissà chi, di un regime alimentare sempre più rigido che ovviamente lo indebolisce e gli fa perdere potenza. Si presenta sul terreno di gioco, magrissimo, con le guance scavate, un colorito terreo e le braccia stanche. Ma sta bene ? E’ malato ?

E lui: “Che volete che sia…c’è ben altro nella vita…il tennis non è più una mia priorità”, ad arricchire ed intristire la precaria situazione intervengono dichiarazioni fuorvianti, spiazzanti, controverse e che lasciano interdetti addetti lavori e comuni appassionati. Genitori e familiari vari sembrano defilarsi, è in crisi con la moglie che lo vorrebbe più a casa che sul campo perché ora si vocifera di una sua presunta infedeltà mai confermata: i due si separano ? Fine dell’idillio ? No, arriva la notizia del secondo figlio in arrivo. Per tacitare le malignità la coppia si fa fotografare in quadretti amorosi che paiono pose un po’ confezionate su misura. Sarà tutto oro quello che luccica ?

Gli slam passano uno dopo l’altro come un film il cui protagonista è qualcun altro: l’inattesa finale, comunque persa, a New York contro Wawrinka, l’inopinata debacle con Istomin a Melbourne, l’umiliazione di Thiem al Roland Garros, la resa di fronte a Berdych ai Championships, lo stop di sei mesi e la lenta risalita, Chung che lo ferma agli Australian Open perché non riesce a reggere fisicamente, la convincente prova a Parigi terminata a causa dall’eroe italico Cecchinato e la reazione rabbiosa e furente, gran bel segno, del campione verace che non accetta di essere superato da un onesto terraiolo: “Non gioco più ! Non vado a Wimbledon !”

Ben altro spirito di quello mostrato di fronte alle ripetute eliminazioni nei precedenti Masters 1000 con cui tenta periodicamente di testare la sua condizione, ma viene invariabilmente respinto. Dopo la vittoria di Toronto 2016 è un calvario infinito: Bautista Agut, Cilic, Kyrgios, Goffin , Nadal, Zverev sono i suoi carnefici, tra alti e bassi, le verifiche danno un esito contrastante e quel che è peggio poco confortante. Fino ad arrivare quest’anno al momento più infimo: nei tornei primaverili americani di Indian Wells e Miami subisce una doppia batosta che avrebbe inabissato un transatlantico venendo annichilito dal modesto giapponese Daniel e da quel mattacchione del francese Paire. Si resta attoniti. Nole è finito e non tornerà più sentenziano in molti. Una buona parte dei suoi pseudo tifosi trasformano il loro cieco amore in turpe rancore e cominciano a insultarlo sui socials rivelandosi quei vigliacchi e miserabili ultras che non sono altro.

Le sue reazioni durante gli incontri paiono quelle di un tennista depresso: sorrisetti autoironici, ghigni disgustati, ruggiti artefatti che fanno l’effetto di miagoli di un gattino spaurito, suonano finti e non lo scuotono affatto. Sconforto, fatalismo e resa gli si leggono in volto. Colpo simbolo della sua disastrata condizione è il sontuoso rovescio trasformato in un movimento inguardabile, ci arriva goffo e incerto, si piega in avanti ingobbendosi in modo antiestetico, inciampa nei piedi, dopo l’impatto la palla vola via verso il nulla, Nole accentua l’andatura quasi perdendo l’equilibrio. Si volta disgustato e sembra dirsi: “lo sapevo che la buttavo fuori”. Novak appare, forse è, indifferente e distante. Una pena, vederlo così fa veramente male. Djokovic su un campo da tennis sembra essere fuori posto come un’avvizzita spiga di granturco in un campo di splendenti girasoli. “Che ci faccio qui ?”

Caro Nole, cosa ci fai qui ? Tutto è risolto, tutto è finito e tutto ricomincia, i pezzi del puzzle si sono incastrati alla perfezione. Il match contro Rafa è stata la chiave: si è rivisto il Nole cattivo e con gli occhi feroci e determinati. La resistenza muro contro muro, la tenacia, la caparbietà e il desiderio di prevalere erano quelli dei giorni migliori. Sono felicemente ritrovati i colpi che ti hanno fatto grande: la risposta, il rovescio, la smorzata, conditi da un servizio eccezionale. Rivedremo Nole l’invincibile ? Forse si forse no. Tuttavia ancora alla vigilia di questo Wimbledon considerare Djokovic favorito in un torneo suscitava ormai derisione e compatimento. Ora non più. Adesso si riprende a fare sul serio. Nole è tornato in cima al mondo. Abbiamo ritrovato un amico che ci mancava tanto e mancava tanto ai veri amanti del tennis. Che ci fai qui, Nole ? Vinci.

 

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